America
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   "Ti racconto adesso - aveva iniziato il patriarca in un bel pomeriggio di fine primavera - di quand'ero in America. Ero partito verso quel continente da Palermo il 15 dicembre del 1914 a bordo dello Stampalia, una vecchia ciminiera, anzi ne aveva due di quelle sputacchiere che eruttavano fumo come vulcani. Quel giorno pioveva, come s'addice ad un nostalgico addio da cose tanto vissute, ma tanto avare. Con mio cognato Tano, prima di imbarcarci, avevamo consumato una zuppa a base di pesce per quietare i sospiri che ogni tanto ci lasciavamo sfuggire. Il viaggio fu di una lentezza esasperante e quando arrivammo alle Isole Azzorre e la nave attraccò di fronte a Ponta Delgada nell'isola di Sao Miguel, avremmo voluto scendere per sgranchirci un po', ma la tariffa del viaggio, per prendere il barcone che ci avrebbe portato a terra, ci fece desistere".

"E sulla nave nonno - aveva chiesto lui incuriosito - come si stava?"

   "Eravamo come sardine in scatola e da mangiare ci davano della robaccia, ma tanto, il nostro pensiero volava avanti e anticipava l'arrivo a New York. Ma non credere che, olè, arrivavi in America e scendevi in quel luogo che avevi tanto sognato. No, prima dovevi passare la visita medica e tanti controlli sull'isola di Ellis e poi alla fine toccavi la terra promessa".

   Se lo ricordava ancora vivido, mentre riaccendeva con mani tremolanti il toscano che si spegneva ogni volta che si dilungava di più nel parlare e usava poi fare delle lunghe tirate che portavano la punta del sigaro all’incandescenza. A lui quel profumo piaceva perché si discostava dall’irritante odore delle sigarette e le volute azzurrine che si alzavano, sembravano avere il potere di sedimentare il senso delle parole dell’anziano parente. Per avere oltre cent’anni era ancora lucidissimo anche se a tratti, durante il giorno, si appisolava per lunghi periodi.

   Era successo anche che non si ricordasse più di qualche parente prossimo. Da pochi giorni poi aveva iniziato a ringraziare in inglese: ogni gentilezza che riceveva, un tenkiù. Allora i cugini gli avevano telefonato per informarlo e per lui ciò era stato un chiaro segno che stava per andarsene e così aveva deciso di recarsi a trovarlo per qualche giorno in Sicilia. Lo aveva spinto a fare quel viaggio, a parte l'ovvio desiderio di stare con una persona a lui cara e il rivedere con nostalgia i luoghi della sua infanzia, un certo desiderio di conoscere da quella persona amata qualche ultimo dettaglio della sua vita.

   "Vedi Marco, un avvocato che non parlava inglese - aveva continuato lui - poteva far ben poco in quel paese. Dopo esserci insediati in una stamberga a Little Italy, il ghetto italiano, riuscii a trovare un lavoro con un certo Agliati, se ricordo bene. Lo sai cosa facevamo? Bambole. Sì, incollavamo manichini di bambole, che poi venivano date ad un altro gruppo di persone che le rivestivano con acconciature varie. D'altronde in Italia e specialmente qui da noi non vi era lavoro per tutti e non si poteva gravare sulla propria famiglia anche perché aumentavano le spese voluttuarie ma necessarie in un paesino come quello: l'iscrizione al Circolo dei nobili, i sigari, qualche consumazione e così via".

   "Tano era diverso. Sia come carattere che per il lavoro che faceva; sapeva scolpire i capitelli di marmo e in un paese in tumultuoso sviluppo come era allora l'America, gli scalpellini erano contesi dai magnati che volevano abbellire le loro solide case fatte di mattoni e marmo, tanto che quando gli altri due suoi fratelli lo raggiunsero, aprirono una scioppa e lastricarono di Carrara e Travertino mezza New York. Io invece, dopo avervi trascorso otto mesi non me la sentii più di rimanere lì e ritornai in Italia: il sentirmi inutile e frustrato all'estero, chissà perché, mi faceva apparire necessaria la mia presenza in patria".

"Ma allora - aveva insistito lui - non c'era niente che ti attraesse in quella nuova società?"

   "Certo, sentivo che era un nuovo mondo, però mi mancava la capacità di sganciarmi da quello che avevo lasciato e non era tanto la fatica del lavoro - si facevano anche undici ore di lavoro al giorno - quanto un sentirsi come aver perduto un treno che ormai inesorabilmente si stava allontanando. Forse ogni cosa che dobbiamo fare ha un suo tempo definito durante il quale la si può sperimentare e superato il quale si deve avere un'enorme forza di volontà per attuare ciò che ci si era prefisso. La forza, insomma, di piegare il tempo alle proprie necessità.

   "Quando sei ritornato, che valore aveva per te il tempo, dopo aver vissuto, se così si può dire, la staticità del tuo vivere nel paesino ed il brulicare che avevi trovato all'estero?"

   Il grande vecchio aveva tirato un sospiro. Sulle sue mani magrissime e dalla pelle maculata, si potevano scorgere chiaramente vene, capillari e muscoli. Sul suo viso, adornato da una folta chioma di finissimi capelli, era apparsa ora un’espressione pensosa.

   "Quando ritornai mi accadde una cosa strana. Vidi invecchiati tutti quelli che conoscevo, ma proprio tutti. E questo fatto mi restò impresso e dura ancora adesso. Non pensavo che si potesse invecchiare in otto mesi e invece sì. Molti anni dopo lessi la tesi sulla relatività di Einstein e mi passò per la mente una correlazione strana: lui affermava che se avesse potuto viaggiare alla velocità della luce, poi, al ritorno da un ipotetico viaggio extraterrestre, avrebbe trovato gli altri più invecchiati. Il perché? Dovrei rileggere quell'articolo per riprendere il filo".

   "Sì, questo è vero - aggiunse Marco – Alcuni scienziati americani hanno infatti provato la differenza di conteggio tra due orologi atomici di cui uno installato a bordo di un jet supersonico militare. Ci crederai che quello sull’aereo ha segnato un tempo di qualche milionesimo di secondo di meno? Ma ti vorrei far ritornare all'America, raccontami un fatto, un episodio, un qualcosa. Che è? Liquidi quel paese in due parole!".

   "Ma quell'America è ormai sepolta, non esiste più e anch'io sento che sto per andare a fare quest'ultimo altro viaggio. Sono qui e attendo: stanotte ho sognato Tano che con gesti lenti mi faceva segno di andare da lui, era insieme agli altri fratelli, sorelle, papà e mamma. E tutti insieme mi chiamavano...  Sì, ora mi ricordo, c’era stato stato un fatto importante: l'incendio della fabbrica Triangle Waist Co. di New York in cui morirono 146 persone, la maggior parte delle quali fanciulle. Alle martiri di Washington Place, così la intitolai quella poesia. Senti:"

" Ancora non era suonata quell'ora suprema di pianto,
su tutte le cose dell'Urbe pareva che un lugubre manto
tenuto da occulti fantasmi, pesasse sul tetro palazzo;
ed esse ridevano ebbre, ridevano il fervido e pazzo
sorriso della vita fuggente, sognavano ancora l'amore,
le belle visioni dorate, le trepide ebbrezze del core.
Guardaro con muto sorriso le nebbie lontane lontane,
ma il cielo dal freddo tramonto di rosa non disse le arcane
parole del tragico fato; al turpe tiranno borghese
geloso dell'empio Nerone, gaudente dall'alto all'accese
muraglie di Roma mancava l'ardente braciere di fuoco,
l'ardente braciere di vergini ploranti alla morte con fioco
lamento la rapida fine. Il vostro bel sogno dorato
nel grande tripudio dell'alma tra effluvi di vita rinato
doveva morire così? Sfiorire tra il giuoco di fiamme voraci
il vostro bel viso sereno creato pei trepidi baci?
Non dolce parola di amica, non bacio di madre pietosa
vi resse nell'ultimo istante sfiorando la fronte pensosa
e i vostri begli occhi sfidanti la vita con fiera baldanza
si chiuser per sempre tra il fumo letale di tragica stanza.
E' l'ora solenne; passate passate con lento cammino
per l'urbe che piange l'immite destino;
all'aere ancora suonante del vostro giocondo passato
tendete l'orecchio un istante; è il cuore di un popol piagato
che sanguina ancora che geme alla tenera schiera
la grande, solenne, divina dei martiri triste preghiera! ..."

   Marco era rimasto colpito non solo per il contenuto, anche per la cadenza che suo nonno - anche se un po’ strascicando - aveva impresso nel declamarla, ma non si era trattenuto dal chiedergli subito dopo che effetto avesse provato, cosa gli era sembrato trascorrere tutti quegli anni.

   "E' stato come affacciarsi dalla finestra di una alta abitazione, dare uno sguardo veloce al panorama sottostante, campi, case, persone che passeggiano, cielo e nuvole e subito dopo chiudere le imposte. E' tutta qui la vita". Poi aveva socchiuso gli occhi e si era appisolato.