USA Aliens

   Porfirio Ramirez, 30 anni, è accovacciato, insieme a due suoi compagni d'avventura più giovani, accanto alla Dodge Patrol di Clyde Benzenhoefer, uno degli agenti federali che controllano la frontiera tra Messico e Usa, nella contea di San Diego in California.

   Alcuni minuti prima, in pieno giorno, i chicanos stavano risalendo un piccolo canyon, già in territorio americano, ma sono stati sorpresi. Senza tentare una fuga, hanno accettato il fatto con un misto di rassegnazione, fastidio e indifferenza. In una busta di plastica si sono portati lo stretto necessario, un cambio di biancheria e qualche panino.

   - Siamo qui per lavorare -, rispondono ma con poca voglia, quasi a voler sottolineare che quella è l'unica ragione, che loro con la droga non c'entrano. Porfirio ha già moglie e quattro figli da sfamare oltre frontiera. E’ andata male, ci riproverà.
   Ogni anno entra illegalmente negli Stati Uniti una marea di alien, come vengono chiamati qui gli stranieri. Nel 1986 ne sono stati arrestati tre milioni circa, mentre si calcola che dai 6 a 7 milioni risiedano già nel paese. Le zone su cui premono maggiormente i clandestini sono lo Stato della Florida e i 3.200 km di confine messicano.


   La perquisizione

   In questa meridionale fascia di frontiera, sempre nel 1986, sono stati colti in flagrante 1,6 milioni di clandestini. Di questi, 630 mila, il 47% in più rispetto al 1985, nella sola contea di San Diego. Qui gli emigranti bloccati al momento del loro ingresso negli Stati Uniti, come Ramirez, risultavano 475 mila, il resto frutto di ispezioni di polizia presso fattorie, stabilimenti industriali, aeroporti, autostrade, treni e nelle stes­se città della contea. Dei 630 mila clandestini 15 mila appartenevano a nazionalità diverse da quella messicana. In particolare hanno concorso maggiormente gli Stati del Centro-America con gli oltre 6 mila salvadoregni, 4 mila gua­temaltechi e1200 colombiani.


  
Sala controllo allarmi

   Per svolgere questo immane e, per molti versi, frustrante compito, la polizia di frontiera ha un organico di oltre 900 agenti di cui 850 guardie di frontiera, il resto guardie carcerarie e agenti speciali. Poi, a supportare tutte le attività contribuiscono un centinalo di di­pendenti, tra meccanici, radio-operatori e amministrativi. Gli agenti utilizzano grosse auto da fuoristrada, ma operano anche delle pattuglie a cavallo e in certe zone, particolarmente impervie, il confine viene perlustrato con grosse motocross.
   E’ un lavoro a volte molto rischioso, in quanto i canyon sono infestati da banditi che rapinano dei pochi risparmi gli ignari clandestini e che non esitano ad aprire il fuoco sugli agenti federali. Gli agenti fanno ampio uso della tecnica tradizionale, cioè informatori, intercettazioni telefoniche e si avvalgono per grosse operazioni di polizia di agenti infiltrati tra i cojotes, come qui vengono chiamate le guide messicane che controllano il traffico degli immigrati, e che rischiano, se presi, fino a 5 anni di carcere e 2 mila dollari di multa per ogni clandestino accompagnato.
   Commenta Benzenhoefer,  il quale, oriundo di Stoccarda, ha qui sposato una ragazza di origine veneta: “I chicanos di Città del Messico pagano loro fino a 400 dollari per essere trasportati oltre frontiera. E in questi frangenti possono accadere delle tragedie, per fortuna alquanto infrequenti. Recentemente ad El Paso, nel Texas, sono morti soffocati in un vagone merci 27 clandestini per l'indifferenza dei loro custodi.
   La polizia di frontiera usa anche due aerei leggeri e tre elicotteri i cui piloti, con turni ininterrotti, sorvegliano il territorio e che nel 1986 hanno scoperto e fatto arrestare oltre 70 mila illegali. Inoltre un sistema di 170 sensori, di tecnica diversa, magnetici per il transito di auto, sismici o a raggi infrarossi, è stato collocato nei sentieri più frequentemente usati dai clandestini. Telecamere ad alta sensibilità completano poi il controllo.

   “Aumenta in modo vertiginoso ogni anno sia il numero dei non identificati che dei latinos del Centro-America che richiedono asilo politico e ciò sottopone a dura prova il nostro sistema carcerario che attualmente può accogliere 900 detenuti”. E’ Kwast, il vicecapo degli agenti di frontiera che parla e che non nasconde che il problema dei clandestini e' ancora grave, nonostante sia entrata in vigore, nel novembre '86, una nuova legge sulla immigrazione che consente, un po’ come in Italia, a chi dimostri di aver risieduto nel paese dal 1982, di ottenere il permesso di soggiorno.


Kwast, il vicecapo degli agenti di frontiera 

   Con questa legge potranno essere anche comminate multe ai datori di lavoro americani che utilizzano la manodopera clandestina. “In effetti - continua Kwast - si è notata una certa flessione nei quattro mesi consecutivi all'entrata in vigore della legge, dopodiché  tutto e ritornato come prima.
   Qui c'è anche da sfatare il mito dei messicani che lavorano soltanto nei campi. In effetti adesso, sia per l'alta offerta di manodopera, sia per l'alta meccanizzazione del settore che impiega circa il 3% della forza lavoro, sia perché i clandestini posseggono un grado di istruzione più elevato rispetto ad alcuni anni fa, la maggior parte passa qualche mese nelle tenute agricole californiane per poi cercare un lavoro negli alberghi o nelle industrie, provocando un certo malcontento presso i ceti americani meno abbienti che si sentono defraudati di questi  low–tech job.


Sull'altra sponda del fiume Tijuana, in Messico, incominciano a raggrupparsi i clandestini per il tentativo notturno

   Ogni giorno, da Tijuana, la città messicana addossata alla frontiera che conta 1,7 milioni di abitanti e che cresce ad un ritmo tre volte superiore alla limitrofa conurbazione americana, transitano verso la contea di San Diego 50 mila automezzi con dentro circa 200 mila tra frontalieri, commercianti, aspiranti alien e qualche turista. Viene considerata tra le zone di confine più trafficate del mondo. Da un lato un paese cui neanche la scoperta di immensi giacimenti di petrolio ha consentito un decollo che viene posticipato dai 100 miliardi di dollari del debito estero e da un'inflazione su base annua del 130 per cento. Dall'altra parte uno Stato, la California, che se preso a sé figurerebbe come la settima potenza industriale del mondo. E come tra due vasi comunicanti si assiste anche in questo caso ad un travaso irreversibile di popolazione, seppur rallentato dalla strozzatura dei controlli di frontiera.


La rete di frontiera con i varchi praticati dagli immigrati    

   Rick Levinson è il city editor del San Diego Union. In questo giornale, fondato nel 1868, cura appunto la cronaca e tutto ciò che si riferisce alla città che da sola accoglie la metà dei 2,2 milioni di abitanti della contea. "La California è il secondo Stato della nazione per area e il primo, con 26 milioni di abitanti, per popolazione. Negli ultimi 4-5 anni San Diego, che può vantare del clima più gradevole dello Stato, ha avuto un ritmo annuo di sviluppo del 15-20% e il problema è stato affrontato studiando un nuovo piano regolatore che tiene conto di adeguate infrastrutture e servizi. Certo anche qui ci sono inconvenienti causati dalla consistente presenza delle minoranze etniche. A partire dal 1975 si è avuto un grosso afflusso di asiatici e di illegali dal Messico, comunque San Diego ove sempre di più si parla spagnolo, viene da qualche anno preferito dalle grosse corporation Usa per insediare le loro direzioni generali. Non solo, ma anche la Nissan ha qui installato il centro design per i loro veicoli".
    C'è da aggiungere che la vicinanza del Messico dà notevoli vantaggi ai residenti di San Diego: acquisti di abbigliamento e di alcuni prodotti alimentari a un terzo del prezzo in un corrispondente supermercato della contea, vacanze di sogno, a prezzi contenuti, a Rosarito Beach o Ensenada nello Stato di Baja California. Per le industrie, accordi bilaterali consentono loro di far assemblare manufatti a Tijuana risparmiando sulla manodopera. Certo è una simbiosi che dovrà essere perfezionata se si pensa che a volte, a causa delle correnti marine, le linde spiagge dell' immediato confine vengono toccate dagli scarichi urbani e industriali della città messicana.
   San Diego con il suo 4,2% di tasso di disoccupazione, con ingenti fondi federali per la ricerca elargiti alla sua UCDS, University of California-San Diego, con le grosse corporation high-tech come la General  Dynamics, Hughes  Aircraft, Rohr Industries, Hewlett-Packard e se ne potrebbero citare a decine di dimensioni più contenute, ha davanti a sé uno sviluppo assicurato. Tra l'altro non viene toccata neanche dalla faglia sismica di San Andrea e non ha lo smog di Los Angeles ma è destinata nei prossimi decenni ad assorbire la cultura messicana. Commenta un impiegato d'origine messicana in un negozio di Radio Shack: "Noi qui ci sentiamo a casa nostra, in futuro il pragmatismo anglosassone misto alla nostra latinidad darà grandi frutti".

Copyright  Bruno Castrovinci - MONDO ECONOMICO - 18 GENNAIO 1988