Il castello

Su quella strada
sterrata in salita del parco dei Nebrodi, nella zona di Caronia, il castello dei Principi
Pignatelli Aragona Curtis gli si parò tutto a un tratto davanti. Aveva per qualche minuto
camminato guardando i bordi del percorso perché qualche centinaio di metri prima aveva
individuato un tozzo e scuro porcino di dimensioni considerevoli proprio laddove iniziava
il bosco.
Per un attimo aveva anche considerato se coglierlo ma alla fine
aveva deciso di lasciarlo li dov'era: era prevalsa l'ammirazione per quell'esplosione
della natura. Accanto aveva anche individuato una schiera di piccoli sudditi anch'essi
destinati a diventare emuli del patriarca. Si era poi chinato per fare una foto a distanza
ravvicinata e aveva proseguito cercando altri simili incontri. Da ragazzo non avrebbe
avuto esitazione a cogliere quello che poi avrebbe insaporito un buon risotto preparato
dalla madre, ma ora l'uomo, alto, magro e con una lunga capigliatura che compensava
l'incipiente calvizie, era più incline al gusto dell'osservazione che al piacere
dell'avere per sé qualcosa.
Si appoggiò al legno che gli serviva da bastone, portò l'altra mano
al fianco spostando la giacca di velluto marrone e lisciandosi i folti bianchi baffi
rimirò la scena. La turrita costruzione era però ancora parzialmente coperta alla vista
da grosse querce che ne circondavano tutto il perimetro, così proseguì
nell'avvicinamento finché una arrugginita cancellata gli sbarrò il passo. Essa non era
chiusa ma solo accostata, anche se sembrava, dall'erba cresciuta dal lato interno, che non
venisse spesso aperta.
Dall'altra parte nell'ampio cortile vi erano alcuni giovani alberi di
fico sotto di essi, accovacciati e raccolti per usufruire della poca ombra, una quindicina
di neri maiali di medie dimensioni. L'uomo fece un grugnito per attirare la loro
attenzione causando con ciò un piccolo pandemonio. Gli animali si erano infatti alzati
all'unisono, squittendo e grugnendo ed avevano sollevato con i loro movimenti convulsi un
nugolo di polvere, che per qualche istante, li coprì alla vista del visitatore.
Quando la coltre si sedimentò essi erano ancora tutti lì ritti con
le orecchie tese e le teste rivolte verso l'intruso che prima scoppiò in una sonora
risata e poi pensò che quei maiali inselvatichiti sarebbero stati apprezzati da qualsiasi
chef di cucina, non essendo né grassi né magri. Due o tre di loro, quasi a rispondere
con una sfida alla provocatoria ilarità dell'uomo, scossero la testa e batterono gli
zoccoli grugnendo al contempo.
Elia non vi badò, il suo sguardo era stato infatti attirato da uno
sbiadito affresco sulla facciata interna del cortile, sotto i portici. Da quella distanza
sembrava dovesse essere, una madonna col bambino, ma non ne era sicuro. Provò a spingere
la cancellata, ma lo stridio dei cardini arrugginiti mise in moto di nuovo il putiferio
dei suini e ciò lo bloccò. A quel punto gli vennero in mente le querce e le ghiande
sparse sul pianoro erboso. Dalla sacca che aveva con sé estrasse un'ampia sacca di cotone
e si diresse nella radura per iniziare la raccolta.
Dopo una buona mezz'ora s'accorse di faticare nel trascinarsi dietro
il peso dei frutti che doveva ormai aggirarsi sui cinque o sei chili, così si ripresentò
di nuovo al cancello. Gli animali avevano avvertito il suo arrivo e si erano rimessi tutti
ritti. Elia cominciò il lancio delle ghiande e i maiali, prima perplessi poi fattisi
coraggio, si avvicinarono, iniziando dopo i primi assaggi a grugnire di soddisfazione.
L'uomo approfittò del loro raggrupparsi in un angolo e spingendo con
fatica il cancello si introdusse nel cortile dirigendosi subito verso il dipinto che aveva
notato prima. La madonna da vicino appariva alquanto sbiadita, come se i colori fossero
stati lavati via. Il bambino presentava inoltre alcuni errori di prospettiva. Gli occhi
per esempio risultavano come se guardassero ognuno in direzioni diverse, il braccio destro
poi, tenuto dal pargolo ciondolante, sembrava per le sue eccessive dimensioni
sproporzionato al resto del corpo.
Elia mentre osservava il dipinto, non si era accorto che i maiali,
spartitisi con violente baruffe le ultime ghiande, si erano raggruppati dietro di lui,
proprio sotto il gradino. Quando fece per alzarsi sulle punte dei piedi per tastare con le
dita lo stato dell'affresco, l'animale più grande, s'avvicinò all'uomo, addentò il
pantalone cercando di trascinarlo verso il gruppo degli altri animali, che con le orecchie
tese, con gli occhi insolitamente vispi e grugnendo continuamente sembravano approvare
l'operazione del compagno.
Egli s'avvide subito delle intenzioni del branco anche perché si
erano fatti avanti anche altri maiali che adesso squittivano in modo del tutto inusuale:
dei suoni più nervosi e rapidi. Uno di essi, facilitato dal fatto che lui, perdendo
l'equilibrio era caduto a terra, gli tirò via lo zaino e cercò di intrufolarci dentro il
muso. Il panico prese Elia, quando avanzò rapido un terzo maiale che addentò la scarpa
sinistra e la scalzò via con un violento strattone. Ad Elia gli si rizzarono i capelli,
mentre avvertì un vuoto allo stomaco. Proprio in quell'attimo, come ad un segnale
convenuto, il branco si fece sotto e decine di mascelle cominciarono a strattonarlo. Uno
di loro gli aveva addentato un braccio e lo tirava verso di sé come se avesse voluto
staccarglielo.
Elia si mise ad urlare in modo animalesco e mentre ormai si dava per
spacciato, sentì il clacson di un auto. Da terra vide che il cancello veniva aperto
violentemente da due uomini che si precipitarono verso di lui. I maiali, impauriti da
quell'inaspettato soccorso lasciarono la presa e si ritirarono in un angolo del cortile.
"Professore, ma che ci fa lei qui? Disse il più alto dei due. L'uomo stava
ansimando e si guardava con sgomento il braccio insanguinato.
"Ero venuto..., incuriosito..., ma chi mai poteva immaginare...".
"Ma lo sa che è stato proprio fortunato? Qui ci veniamo solo due volte alla
settimana per portar loro da mangiare".
"Fortunato, ripeté Elia. Fortunato... me lo dicono tutti. E forse è vero" ammise,
rivolgendo un sorriso di riconoscenza ai i suoi salvatori.
Copyright by Bruno Castrovinci