Nel 2002 la SIGMA appariva sul mercato con il sensore Foveon X3
I nuovi orizzonti della fotografia digitale
Nel 2012 la statunitense Lytro capovolgerà il concetto di fotografia

di Bruno Castrovinci 

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Dettaglio da un ritratto ripreso con la SIGMA SD1 da Bill Sullivan  per il sito della casa nipponica. 

  La totalità sia dei fotoamatori che dei fotografi professionisti – eccetto qualche esigua nicchia - ha ormai optato per le macchine fotografiche digitali, derivanti da una delle rivoluzioni generate dall’era informatica. Il numero dei pixel generati dai sensori delle macchine fotografiche, tramite i fotorecettori, detti anche fotodiodi, è cresciuto esponenzialmente in questi ultimi anni. Nel caso, per esempio, della reflex SIGMA SD1 ci si è avvicinati alla risolvenza dei quasi 100 milioni di "pixel corrispondenti" formati dai granuli di alogenuro d’argento  presenti in una pellicola 24x36mm da 50 ASA di alta qualità.

   Il top della produzione della giapponese SIGMA - a parte gli obiettivi - è rappresentato dai modelli reflex SD1 e SD15 e dalle compatte DP1 e DP2.

       Può essere utile qui ricordare che sul supporto di celluloide della tradizionale pellicola sono depositati tre strati di emulsione a base di gelatina animale mista ad alogenuri d’argento che incorporano degli agenti cromogeni e vari strati di altre sostanze con funzione antivelo e antialo. Il primo strato è sensibile al blu, il secondo al verde e il terzo al rosso; dopo il trattamento con il primo bagno di sviluppo cromogeno l’emulsione viene ossidata.

Alogenuri d'argento presenti in una 
pellicola visti al microscopio.

   Si utilizza poi il bagno di sbianca che rende stabile la parte di emulsione colpita dalla luce, trasformando al contempo il rimanente in argento metallico.
   L’ultima fase, il  bagno di fissaggio, asporterà tutta quella parte  di emulsione non colpita dalla luce e modificata dalla sbianca; questo ultimo bagno renderà inoltre visibile la parte di emulsione ossidata dallo sviluppo cromogeno e quindi l’immagine negativa o positiva del soggetto fotografato secondo il tipo di film utilizzato.
 

   Il fotosensore delle macchine fotografiche digitali simula la reazione della pellicola alla luce sebbene, da una foto da pellicola, si ha sempre l'impressione di maggiore rilievo e plasticità dovuto sia al posizionamento randomico, cioè casuale, degli alogenuri che alla loro variabile dimensione rispetto al geometrico disegno (rotondo o esagonale) dei fotodiodi dei sensori delle macchine digitali. Tuttavia, i vantaggi pratici – accompagnati dai continui progressi sul fronte delle  aberrazioni cromatiche, il "rumore" ” quei puntini che appaiono quando si usano alte esposizioni per scarsa illuminazione ambientale - hanno reso vincente, in pochi anni, la nuova tecnica.  

Carver Mead con una SIGMA SD9
 e il suo sensore Foveon.

   La tecnologia digitale consente ad ogni fotodiodo del sensore di vedere un solo colore che varia a secondo del CFA (Colour Filter Array), cioè il filtro di colore posto su di esso che può essere uno della tripletta rosso/verde/blu. I milioni di fotodiodi di un fotosensore  sono così suddivisi tra le tre fasce dei tre colori (si dà predominanza al verde poiché l'occhio umano percepisce meglio la sua luminanza) e posizionati “a mosaico” cioè a macchia di leopardo – con complessi procedimenti ad alta tecnologia – sulla superficie del fotosensore. Il processore interno della macchina elaborerà poi dai valori elettrici stimolati dai raggi di luce che colpiscono ogni tripletta di fotodiodi colorati, un’univoca sfumatura di colore, detta pixel (picture element) che unito agli altri formerà l’immagine.

   Una novità dirompente era già apparsa sul mercato nel febbraio 2002 per merito della Giapponese Sigma la quale - utilizzando il rivoluzionario fotosensore multistrato X3 ideato dallo scienziato di fisica quantistica Carver Mead, titolare della statunitense Foveon - aveva prima prodotto la macchina fotografica reflex SD9, aggiornata nell’ottobre 2003 con il modello SD10, poi con la SD14 nel settembre 2006, a giugno 2010 con la SD15, e infine a settembre 2010 con l'eclatante annuncio della SD1 che sfoggia un nuovo sensore da 46 Megapixel (4,800×3,200×3 strati). La qualità delle foto che si ottengono non ha pari, ed è simile a quella ricavata dalla tradizionale pellicola.  

  Una semplice deduzione ci fa capire il perché sia migliore qualità ottenuta dal sensore X3 rispetto agli altri tipi di sensori usati dalle ammiraglie Canon, Nikon, Olympus, Sony, Panasonic, Pentax e le altre minori aziende del settore. Come già accennato, il singolo pixel deriva dalla elaborazione dei valori elettrici generati dai tre fotodiodi colorati colpiti dalla luce; ora, se essi vengono disposti in verticale, su tre piani, come nel caso del sensore X3, non solo riescono a catturare il 100% dei tre colori ma genereranno un valore relativo a quella univoca posizione tridimensionale nello spazio, mentre se essi sono disposti su di un unico piano orizzontale esprimeranno un valore medio elaborato dalle tre differenti posizioni fisiche nello spazio occupate dai fotodiodi rossi, verdi e blu. E la prova tangibile la si può notare se si ingrandisce al massimo della sua risoluzione la foto di un ritratto scattato con una macchina Sigma e lo si compara con un’altra foto scattata da una delle succitate marche: vedremo allora, che nella prima, i fili dei capelli sono rinoscibili uno per uno, così pure nette risulteranno le piccole vene degli occhi o le minuscole rughe, ladddove nell’altra foto si avrà la sensazione come di una lieve sfocatura.

   Ciò non significa che le foto fatte dalle marche che usano la cosiddetta tecnica “a mosaico” non siano accettabili: tuttaltro. Alcune hanno un grande plasticità e una realistica resa dei colori e a volte – come nei reportage - conta più il momento colto che non l’estrema incisione dei dettagli. Inoltre a differenza della SIGMA – che avrà, penso i suoi reconditi motivi per non farlo – esse hanno ormai inglobato nei loro modelli la possibilità di girare filmati in HD (High Definition 1920x1080 pixel) e per questo vengono ormai utilizzate anche in campo professionale erodendo così una notevole quota di mercato alle telecamere.

   Tuttavia se il consumatore appartiene alla fascia “prosumer” (professional consumer), cioè quello che ha un buona disponibilità economica, che mira alla estrema qualità dei dettagli, che non è incalzato dal tempo come i professionisti, che non è interessato ai filmati e che inoltre si concentra per lo più su macrofotografia, ritratti e panorami, non dovrebbe che scegliere prodotti SIGMA che propone oltre alla reflex SD15, anche due modelli di compatte non reflex, la DP1 e DP2, con obiettivo fisso: 28mm e 35mm, che hanno il vantaggio di avere (queste sì), oltre ad un sensore professionale standard, anche la possibilità di fare filmati di eccellente qualità, sebbene ad una risoluzione di soli 320x240 pixel. Certo, non poter cambiare ottica in queste compatte è un grosso handicap cui, si spera, la casa madre nipponica, che ha acquistato il brevetto Foveon nel novembre 2008, possa porvi rimedio. In effetti anche i professionisti di studi fotografici saranno interessati al top della gamma, la SIGMA SD1, che può calibrare, da software, ogni singolo obiettivo e che produce stupefacenti performance in termini di resa cromatica, definizione e plasticità, seppur ad un costo di 7mila dollari, solo per il corpo macchina.

   La diffusione dei modernissimi strumenti di comunicazione – telefonini intelligenti con schermi ad alta risoluzione e tavolette grafiche quali iPad o altre con sistemi operativi Android (l’Asus Transformer appare al momento in pole position con il quadcore Tegra 3) o Windows – insieme ai PC portatili e fissi già esistenti, hanno fatto decrescere l’abitudine a stampare le foto. A tale pubblico che si accontenta di visionarle sullo schermo, e in generale a tutto il settore Internet - si pensi solo alle miriadi di foto da postare su Facebook o Twitter - si è rivolto lo scienziato statunitense Ren Ng (si chiama proprio così: è americano di origine cinese) che sviluppando un’idea già enunciata una decina di anni fa in ambienti accademici, ha ideato una macchina fotografica a “campo di luce”. Il sistema memorizza ad ogni scatto 11 milioni di vettori di luce presenti nell’ambiente, rendendo superflui i tradizionali controlli sulla messa a fuoco, luminosità e velocità di scatto. La macchina presenta solo tre comandi per il controllo: avvio, scatto e zoom, oltre all’incorporato schermo LCD, touchscreen, per l’inquadratura. Ma la notizia inedita è che quando quella foto interattiva - in formato quadrato HD, quindi più che sufficiente per i suddetti usi - viene poi trasferita su un qualsiasi schermo, un piccolo programma “embedded”, cioè incorporato nel file, consente di mettere a fuoco, a scelta, uno dei i tre piani tradizionali dell’ambiente ripreso: macro, ritratto, infinito.       

   La Lytro pesa 214 grammi, ha uno obiettivo con zoom ottico di 8x e luminosità fissa F/2 ed è dotata di un cavetto Micro-USB per il trasferimento dei dati e la ricarica. Dal sito web della Lytro, due modelli possono essere già prenotati: ma solo dagli Stati Uniti e operanti soltanto su piattaforma Mac: da 16GB con capacità di 750 foto, costo $499 o 8GB/350 foto a $399. Agli inizi del 2012 la commercializzazione si estenderà poi anche all’estero con l’aggiunta della compatibilità per Windows. Ancora da immaginare tutti i settori in cui tale nuovo aggeggio – dimensioni 41x41x112mm – si potrà renderà utile.   

   La macchina fotografica digitale di nuova concezione Lytro, qui nella foto nei tre colori disponibili. Cattura 11 milioni di vettori di luce e non necessita di messa a fuoco che viene fatta in seguito, a scelta, sullo schermo dove si visualizza. Il costo varia da $499 a $399 in base alla memoria scelta – 16/8GB - che consente di memorizzare da 750 a 350 foto in HD, in alta definizione (1920x1080 pixel).

Sezione della Lytro

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato l'8 dicembre 2011,

a pagina 18, sul Giornale dell'Oltrepo.

   NOTA: tutte le foto del sito www.testiweb.com - quando non viene indicata altra fonte di provenienza - s'intendono opera di Bruno Castrovinci e quindi soggette a copyright. Se ne raccomanda quindi un uso personale; per eventuali utilizzi contattare l'autore.