Il potere contestato di Mubarak 
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Una folla di Egiziani radunata davanti al Consolato di Milano chiede le dimissioni del Presidente egiziano.

   Centinaia di Egiziani di Milano e dintorni si sono raccolti martedì 1 febbraio di fronte al Consolato di via Porpora, per chiedere a gran voce con slogan e cori le dimissioni del Presidente Hosni Mubarak che ha governato per trent’anni il loro paese favorendo, a detta di molti osservatori politici e di personalità della cultura egiziana, un sistema  dove la corruzione, il ferreo controllo della polizia segreta (il Mukhabarat) sui partiti di opposizione, il diversivo della tensione tra Musulmani e Cristiani Copti, e le elezioni vinte con improbabili percentuali - nelle ultime, il Partito Democratico Nazionale al potere ha ottenuto ben l’81% dei seggi in Parlamento - lo aveva reso praticamente inamovibile. La conferma della scarsa rappresentatività popolare è arrivata il 7 febbraio 2011 da una notizia lanciata da SkyTG24 secondo la quale la Corte Costituzionale Egiziana ha invalidato per irregolarità la nomina di innumerevoli deputati del Parlamento.

    Durante la protesta di Milano un professore egiziano è salito su di un podio improvvisato e con un megafono - è quello sulla sinistra con berretto e cappotto nero - ha scandito una serie di slogan cui la folla ha fatto eco con toni misti tra la rabbia e la speranza di intravedere a breve la caduta di Mubarak. Ci sono stati brevi momenti di tensione quando un anonimo supporter di Mubarak ha preso il microfono, ma dopo aver pronunciato le prime parole è stato subito bloccato e accompagnato con fermezza ma pacificamente fuori dalla manifestazione.

   La situazione politica in Egitto è ancora incerta. Decine di manifestazioni anti-governative si sono svolte sia nei principali centri del paese, sia in località minori non coperte dai media tradizionali, ma comunque visibili su YouTube. Mubarak non vuol cedere alla piazza mentre l’Esercito ha assunto, fino ad ora, una posizione neutrale. Tuttavia nuove vittime da parte di cecchini pro-Mubarak e di altre causate dal fuoco a sangue freddo da parte della onnipresente Polizia – la Shurta – si segnalano in queste ultime ore. Un filmato, fatto con un telefonino  e inviato ad Al-Jazeera da spettatori egiziani, mostra proprio una tale esecuzione, mentre dai balconi degli edifici circostanti la gente urla agli agenti della Shurta, dopo l’assassinio di un giovane che teneva le mani alzate, “Haraam!”(Vergogna!).  

   Il partito dei Fratelli Musulmani e la maggioranza dei Cristiani Copti sono insieme concordi per un cambio di sistema che porti ad elezioni veramente democratiche. Obama – seppur contraddetto dal suo inviato al Cairo, che è stato subito smentito da un frettoloso comunicato della Casa Bianca – non ritiene necessario che il periodo di transizione debba essere gestito da Mubarak; purtuttavia non si esprime nettamente per evitare accuse di ingerenza. Colloqui tra il Comitato degli oppositori e il governo sono in corso per delineare i necessari cambiamenti costituzionali, ma i manifestanti che occupano Midan Tahrir (Piazza della liberazione) al centro del Cairo non concordano e ritengono che le dimissioni di Mubarak siano prioritarie.

   Certo è, che questa rivoluzione, sorta ed alimentata da milioni di giovani egiziani disoccupati non legati ad ideologie o religioni – quelli del telefonino e di Internet per intenderci – non potrà essere arrestata e in una tale situazione il Presidente Hosni Mubarak – recentemente indicato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come la persona saggia atta a gestire questo cambiamento, dovrebbe invece dimostrare tale supposta qualità facendo un passo indietro per non aggravare la crisi di questo affascinante paese.

   Quello che è successo in Egitto si sposterà inevitabilmente in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente, toccando finanche l’Iran e portando al potere – si spera quanto prima - governanti democraticamente eletti. Non si esagera se si paragona quanto sta accadendo alla caduta del Muro di Berlino: la Tunisia, come a suo tempo la Polonia - che aveva dato il via alla contestazione della morsa del regime comunista - ha spinto l’Egitto che, come a suo tempo la Germania riunificata, guiderà il cambiamento di tutta l’area.

P.S.:  La foto - fatta con un fisheye, una lente che copre 175°, a parte il mosso (400 ASA, F:2,8, 1/4 sec) - risente anche della pellicola che da molto tempo stazionava nel dorso della mia Canon analogica; tuttavia mi sembra che il risultato si possa ben associare al momento di caos che attualmente vive l'Egitto. La foto è stata pubblicata sul bimestrale "Il Giornale dell'OltrePo" nel numero apparso sul web il 9 febbraio 2011.

P.S.2: Il Presidente Hosni Mubarak si è dimesso l'11 febbraio 2011.

   In basso a sinistra, una delle tante caricature che sono state pubblicate su Internet concernenti la riluttanza di Hosni Mubarak a lasciare il potere, la cadrega, per dirla alla Aldo, Giovanni e Giacomo. Il testo in dialetto egiziano "Mish 'auz iusiibu - Non vuole lasciare" ci porta alla mente cose di casa nostra.

   In quella di destra, invece, un Moammar Al Qaddafi (24 febbraio 2011) che attacca gli insorti con la una spada spezzata (Saif Al Islaam - La spada dell'Islam, che è anche il nome di uno dei suoi figli) protetto dallo scudo del suo Libro Verde (Al Kitaab al Akhdar).

 

   Il Colonnello libico, che si è dimostrato nel momento del suo tramonto politico come uno dei dittatori più spietati del Nord Africa (sta usando mercenari africani dotati di armi pesanti e aerei  militari contro il suo stesso popolo) - al di fuori del contingente scontro militare con gli insorti - ha attivato l'orologio della Storia. I suoi ultimi giorni sono scanditi da una rivoluzione epocale provocata nel Mondo musulmano dal desiderio di libertà dei giovani che comunque non vorranno accollarsi l'etichetta dell'Islam: questa è una rivoluzione laica. Una rivoluzione che ha intuito il sostegno del Presidente americano Barack Obama.

   Conviene a tal proposito ricordare quanto egli aveva affermato nei confronti dei Paesi Arabi nel discorso di insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009: 

   "Verso il mondo musulmano perseguiremo una nuova strada da percorrere, basata su interessi condivisi e reciproco rispetto. A quei leader che mirano a seminare conflitti nel mondo o che addossano all’Occidente la colpa dei mali della loro società: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà per quello che sarete capaci di costruire, non di distruggere. A coloro che restano aggrappati al potere con la corruzione e la frode e imbavagliano il dissenso, sappiate che siete sul versante sbagliato della storia; ma che troverete la nostra mano tesa verso di voi se sarete disposti ad allentare il pugno".

   "To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect. To those leaders around the globe who seek to sow conflict, or blame their society's ills on the West: Know that your people will judge you on what you can build, not what you destroy. To those who cling to power through corruption and deceit and the silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history; but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist".

   L'onda lunga dell'ammirevole scatto d'orgoglio dei Popoli Arabi, più veloce di una pandemia, toccherà tutti i dittatori del pianeta, qualunque siano i loro legami internazionali e la loro capacità di controllo poliziesco del paese. Nessuno di loro, per quanto grande o ricco il paese che gestiscono, ne sarà più immune. 

   Giuseppe Garibaldi, "L'eroe dei due Mondi", in concomitanza dei 150 anni dell'unità d'Italia che, a stento, si arriveranno a festeggiare il 17 marzo, non avrebbe sperato tanto e, se fosse stato vivo, non avrebbe esitato un istante, insieme al resto dei Mille, a far vela verso il Mar della Sirte per unirsi agli insorti.

   Il flusso delle decine di migliaia di profughi che a breve si dirigeranno sull'Italia ricorderanno - come una puntuale legge del contrappasso - alla nostra memoria nazionale danneggiata dall'Alzheimer politico (e fisico: età media in Nord Africa 25 anni, in Italia 45) che 150 prima, patrioti italiani - come oggi le migliaia di vittime causate dalle dittature dei paesi arabi - si erano immolati per l'unità del loro paese.

P.S.3.: Il 17 marzo 2011, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato il divieto di sorvolo dell'aviazione libica consentento agli alleati tutte le azioni militari aeree che portino ad assicurare l'incolumità dei cittadini di quel paese. La Francia, che in questo caso ha assunto la posizione più determinata, ci ha anche ricordato, nel giorno del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, il contributo che aveva dato al nostro Risorgimento. Per riassumere l'attuale sensazione si può parafrasare che ancora una volta lo spirito dell'Eroe dei due Mondi si è messo in marcia per opporsi ai dittatori e ai loro simpatizzanti.

EPILOGO

   Muammar Ghaddafi è morto alle 12.30 di giovedì 20 ottobre 2011. Durante la sua cattura è stato prima ferito ad una gamba e al ventre mentre era rintanato in un condotto di scolo; da lì estratto ancora vivo è stato caricato su un pickup e poi, nella grande concitazione che ne è seguita, giustiziato con un colpo di pistola alla tempia.

 

   Il convoglio di decine di auto e blindati su cui viaggiava Ghaddafi, in fuga da Sirte liberata e diretto a Nord-Ovest, verso Zliten, era stato bloccato dal raid di un caccia francese Mirage e di un Predator USA. Ghaddafi e le sue superstiti guardie del corpo (97 le vittime del raid) hanno abbandonato le auto del convoglio distrutto, ma sono stati intercettati da una pattuglia di insorti provenienti da Misurata che stavano setacciando quella zona in cerca di cecchini. Nel corso del conflitto a fuoco è stato anche ucciso sia il figlio Muatassim che il Ministro della Difesa Abu Bakr Yunis.

 

   Misurata, 400mila abitanti, terza città della Libia, dopo Tripoli e Bengasi, è quella che aveva sofferto di più dagli implacabili bombardamenti dei miliziani di Ghaddafi, durati tre interi mesi, durante i quali i governativi vi hanno lanciato centinaia di razzi Grad e Katiuscia (per lo più dalla vicina località di Tawarghà) e innumerevoli proiettili di mortaio e artiglieria pesante, causando estesi danni a tutte le infrastrutture della città e uccidendo, se si contano solo i civili, oltre 1000 abitanti.

 

   Ignota al momento la sorte di un altro figlio di Ghaddafi, Saif al-Islam, anche lui in disperata fuga - si suppone - verso il Niger, dove ha già trovato rifugio il fratello Saadi.