Le
rivoluzioni arabe e Fukushima: facce di una stessa medaglia
Il fulmineo risveglio delle coscienze tra le giovani
popolazioni dei Paesi Arabi mette in luce
l’intorpidimento delle moderne, ma invecchiate, società industriali.
di
Bruno Castrovinci

Il deposto Presidente tunisino Ben Alì e il primo martire della democrazia nei Paesi Arabi. Muhammad Bouazizi - venditore ambulante tunisino di Sidi Bouzid - il 17 dicembre 2010, per protestare contro un’umiliazione subita da parte di una poliziotta, si è dato fuoco davanti all’ufficio del Governatore della sua provincia, dando vita alle moderne rivoluzioni nei paesi arabi.
La
soglia di radioattività naturale del Mar del Giappone nei pressi delle quattro
centrali nucleari interessate dagli incidenti a catena è stata superata agli
inizi di aprile – dopo l’inattendibile dato di 4.000 volte emesso dal
gestore nipponico - di ben 7,5 milioni di volte. La causa di tale inquinamento
risiede nell’ingente quantità di acqua salata usata per raffreddare i
noccioli dei reattori che poi è stata fatta riversare verso la spiaggia
prospiciente gli impianti.
L’orrendo evento, verificatosi
l’11 marzo 2011, in uno dei paesi tecnologicamente più avanzati, ci porta ad
una considerazione di ordine planetario. Fa scattare infatti la correlazione,
anzi, il correlativo oggettivo coniato dallo statunitense Thomas Stearn Eliot,
premio Nobel per la poesia nel 1948 con la raccolta “The waste land”,
“La terra desolata”, tanto per stare in tema. Detto in breve, il correlativo
oggettivo è quella sensazione o intuizione che viene evocata quando ci si sta
occupando di un fatto del tutto diverso. Il fatto diverso, che ha oscurato
mediaticamente l’episodio di Fukushima, nel nostro caso è la guerra in Libia
dove, comunque vadano le cose, il destino del Colonnello Muammar Al-Qaddafi, e
dei suoi amici ed emuli, è già stato segnato da questo veloce corso della
Storia.
Ma dove risiede l’affinità tra i
due eventi? Si potrebbe dire: entrambi sono stati causati dall’uomo e dalla
sua incoscienza. No. Non c’è nessuna affinità tra questi due fatti
emotivamente coinvolgenti. Sono invece uno l’opposto dell’altro: l’anelito
di democrazia scattato nei primi tre paesi arabi in rivolta – Tunisia, Egitto
e Libia - è la lezione che bisognerebbe imparare, e rileggere ogni tanto, per
non incappare in un altro evento come Fukushima. Ed è doveroso anche chiarire
che tali moti di piazza non hanno nulla da spartire con il fondamentalismo
islamico, anzi questa ondata di proteste che ora si dispiega in direzione Est,
dalla Tunisia verso l’Iran, appare come se fosse un onda di ritorno di quella
conquista territoriale, militare e religiosa, che il profeta Maometto e suoi
successori - i Califfi – avevano realizzato nel corso del VII secolo.
Si impone a questo punto rendere un
omaggio ad un altro Maometto, in questo caso laico: Muhammad Bouazizi, il
venditore ambulante tunisino di Sidi Bouzid che il 17 dicembre 2010, per
protestare contro un’umiliazione subita da parte di una poliziotta, ha scelto
di darsi fuoco davanti all’ufficio del Governatore di quella provincia
tunisina confermando quindi il carattere laico di questo gesto estremo in quanto
il suicidio è stigmatizzato anche dalla religione islamica.
Come nella teoria del caos un colpo
d’ali di farfalla in California può mettere in moto delle dinamiche che
scateneranno poi un incendio di boschi in Vietnam, così Muhammad ha innescato
una reazione di protesta a catena nei paesi arabi vicini, e anche lontani, come
Siria, Yemen e Bahrein.
Queste rivoluzioni in atto vogliono,
ora e subito, la libertà di espressione e le sue onde armoniche si
riverbereranno per tutto il pianeta, anche tra i paesi non islamici dove non
alberga la democrazia e la giustizia: è solo questione di mesi; per altri, più
tosti, di un periodo più lungo.
Quando anni prima, la TEPCO - la
Tokyo Electric Power Company, una società giapponese che si può assimilare al
nostro ENEL e che ha gestito quelle centrali nucleari costruite negli anni
Settanta, quindi già prossime al loro decommissionamento - è stata costretta
ad ammettere che si erano verificate una serie di fughe di radioattività dagli
impianti, non vi erano state manifestazioni di protesta da parte dei Giapponesi
residenti in quella regione. Certo, la loro cultura non è incline a criticare
il potere costituito, ma quei fatti - anticipatori dello spaventoso incubo che
stanno ora vivendo e che dovranno sopportare per generazioni – li aveva
avvertiti che la TEPCO non stava conducendo con la dovuta serietà la
manutenzione delle centrali e che le oligarchie politiche, invece di
approfondire i fatti, avevano teso a sminuirli.
Uno dice: “Ma è facile prevedere
con il senno di poi!”. Ma benedetti fratelli giapponesi – ricordiamoci che
gli antenati dell’Uomo sono apparsi per la prima volta cinque milioni di anni
fa nella Rift Valley, un vasta area ad Est dell’Africa compresa tra Tanzania
ed Eritrea - voi avevate posto le centrali sulla sponda del Pacifico dove, ad un
centinaio di km vi è una estesa zona di subduzione che si incunea sotto il
Giappone e dalla cui direzione è sempre arrivata “L’onda del porto”, lo Tsunami.
Mettetele quindi in collina, a costo di utilizzare energia per tirar su
l’acqua per il raffreddamento; mettetele sulla costa opposta. Anzi, non le
avreste dovute costruire affatto, avendo già subito durante la guerra gli
effetti nefasti delle due bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki!. E
fino a metà aprile le notizie dal Giappone hanno segnalato altre grosse scosse
di assestamento, alcune oltre i 7 gradi, che hanno danneggiato una quinta
centrale nucleare. Insomma, se venissi dilaniato da uno squalo bianco (scusate
un attimo…) e riuscissi a salvarmi, anche se rattoppato alla meglio da 250
punti di sutura, mi guarderei bene poi, durante il corso della mia vita, a
tuffarmi spensieratamente nelle acque di Cape Town in Sud Africa o di surfare
in zone marine sulle cui spiagge sono infissi cartelli con su scritto “Beware
of sharks!”. Ecco, i Giapponesi lo hanno fatto.
Ma poiché il correlativo oggettivo non è stato ancora chiaramente espresso, è meglio, senza menar il can per l’aia, che lo espliciti. Una premessa però andrebbe fatta, che poi, è essa stessa la spiegazione. Ebbene, sia il Giappone che “il Bel Paese” sono società invecchiate dove, per tanti motivi, non solo economici ma anche per i servizi sociali carenti, specialmente in Italia – il cosiddetto Welfare - non si fanno più figli. Da noi l’età media nel 2010 è stata di 42,8 anni e nel Mondo ci batte solo il Giappone con i suoi 44 anni, mentre nei paesi del Nord Africa è di 25. Ora, quando sei giovane, se arriva il momento di protestare contro tutto ciò che tange i fondamentali del tuo vivere civile, quali la giustizia o il rispetto delle regole democratiche nel tuo paese, il vigore - così come è successo tra le giovani popolazioni dei paesi arabi – ce l’hai. Noi Italiani invece, questa forza, questo ottimismo per il futuro, li abbiamo persi e ci siamo invece abituati a mimare quel profondo inchino giapponese che prima, vedendolo fare ai nostri fratelli del Sol Levante, suscitava in noi un senso di ammirazione per l’armonia e la gentilezza che evocava: ora, dopo il disastro di Fukushima, quello stesso inchino segnala invece supina e acritica adesione alle segrete decisioni prese dall’alto. E il rischio è, specialmente per noi Italiani, che se non rialziamo la schiena al più presto - prima che si abbatta su di noi un altro tipo di Fukushima, non nucleare, dato che saggiamente, quando eravamo più giovani, vi avevamo rinunciato - non avremo neanche la scusante di essere gli ossequiosi figli dei Samurai.
Questo
articolo è stato pubblicato, il 20 aprile 2011, a pag. 2, sul bimensile: Il
Giornale dell'OltrePo.