Intervista flash a Omar Sharif

Le piramidi di Ghiza. Sullo sfondo, Il Cairo, una megalopoli di 25 milioni di abitanti.

   Mi lascio alle spalle il traffico della megalopoli del Cairo, dirigendomi su di un taxi verso la periferia della città. Sto per incontrare Omar Sharif, l’attore egiziano, molto noto e amato dal pubblico italiano, che in questo momento si trova nella terra dei faraoni per registrare una commedia televisiva di trenta puntate dal titolo Hanan wa Hanin, Compassione e nostalgia, per il gruppo egiziano EMPC. L’autista ad un certo punto lo sento borbottare; sta cambiando percorso: “Questa macchina è come un asino”, si scusa “se non sto attento, tende sempre a ritornare verso casa mia”. E’ invece la stanchezza di fine giornata che lo ha preso, il vivere e lavorare in un termitaio di 25 milioni di persone che gravitano nella capitale; malgrado la costruzione del métro e di numerosi percorsi sopraelevati, la congestione, l’affollamento, l’inquinamento e il rumore raggiungono valori altissimi.  

   Finalmente arrivo all’ingresso di un quartiere recintato da un muro di protezione che ospita numerose ville con al centro un campo di golf. Si apprezza subito il silenzio della zona, l’aria fresca e pulita e l’assenza di persone nei viali del compound. Le guardie di sicurezza ci hanno indicato il percorso e in breve tempo il tassista parcheggia di fronte alla villa indicata da un numero.  

   Suono il campanello e mi apre un inserviente che mi introduce in un ampio salone. Omar è ancora seduto su un divano di fronte ad una collaboratrice con la quale sta provando la recitazione di questo serial televisivo che lo impegnerà per ben sette mesi. Colpiscono il suo sguardo profondo, in questo caso misto ad una certa non dissimulata irritazione, dovuta alla forzata interruzione; ma l’accoglienza è comunque cordiale. Non dimostra i suoi 75 anni, e la caparbietà del suo segno Ariete, si manifesta in questa sua ulteriore sfida professionale: memorizzare ben ottocento pagine del copione di questa telenovela. Il tempo a disposizione è breve, gli chiedo quindi come ha iniziato la carriera cinematografica.  

   “Vengo scoperto a 21 anni dal regista egiziano Joussef Chahine con il quale giro un film, presentato nel 1953 al festival di Cannes, dove riscuote un certo successo. Con lui ho girato altri due film e poi ho continuato a fare una ventina di altri film in Egitto, finchè nel 1961 mi scelgono per Laurence d’Arabia per il quale ho avuto la nomination all’Oscar e vinto un Golden Globe. Poi il Doctor Zivago, nel 1965, mi ha lanciato in una carriera a livello mondiale.”

    “Nel 1963 mi sono trasferito negli USA, ma in effetti non mi piaceva vivere lì, così dopo qualche anno mi sono insediato a Parigi, ma lavoravo in tutto il mondo; nel 1967 ho girato anche in Italia con Sofia Loren un film di Franco Rosi, C’era una volta, una favola napoletana che all’estero però non è stata capita.”  

   Da noi, come del resto in Egitto sei ancora molto amato…

“L’Egitto l’ho lasciato perché non mi piaceva il regime militare di Nasser e ci sono ritornato solo nel 1977 con l’avvento di Sadat. Il Presidente l’avevo incontrato alla Casa Bianca ad un ricevimento in suo onore e lui mi chiese di ritornare: sei un nostro figlio, mi disse. Da allora ci sono ritornato spesso, ma vivo sempre all’estero. In quanto all’Italia, è un paese che amo, e lo sanno – specialmente a Napoli - e vengo così contraccambiato”.  

   E il suo Italiano che è proprio eccellente, incespica raramente nelle omonime parole in francese. In San Pietro una fiction RAI di quattro ore del 2006, ha avuto il ruolo principale. Omar, hai usato il metodo Stanislavskij  nella tua formazione di attore?

   “Non credo in questo metodo che consiste nell’utilizzare una parte della propria personalità che è compatibile con il personaggio del copione; quando l’ho applicato, negli Stati Uniti, ho faticato moltissimo, quindi mi affido alla logica e alla mia esperienza. E non vedo altri film, non ne vedo da anni, né al cinema, né alla televisione. E non mi piacciono i gadget tecnologici, nè guido auto. E non ho case, vivo sempre negli alberghi.  Ora però – con l’occasione di questo lavoro per la EMPC, mi voglio godere mio figlio che adesso ha cinquanta anni e i nipotini.”  

   Insomma, Omar, ti sento un po’ stanco (glielo dico in Arabo: Enta shuwaya taabaan…).

“Ana taabaan, ma come vedi non ho smesso di lavorare, anche se il più si trova ormai nel mio passato; intendo solo portare avanti le proposte  che mi piacciono.”  

   Intuisco che questo ultimo suo lavoro per la EMPC lo sta sta proprio stressando, non dal punto di vista professionale, quanto per avergli levato lo spazio per i suoi affetti più cari.  

   Un consiglio ai giovani che vogliono iniziare la tua carriera?

“Non scegliete di fare il cinema. Poi, quelli veramente bravi, insisteranno e ci riusciranno.

 

   I tuoi anni li porti bene. Hai qualche segreto? Alimentazione, attività fisica…

“Quando sono in Egitto risiedo nella casa di mio figlio. Ogni giorno cammino per una mezz’ora nel parco e rispetto al Cairo, dove la popolazione cresce di un tre per cento l’anno, si respira bene.”  

   Adesso è riapparsa la collaboratrice, segno che Omar Sharif deve riprendere a studiare il copione; ci salutiamo cordialmente e raggiungo il tassista che nel frattempo s’è appisolato.  

 

 Omar Sharif durante l'intervista e a destra con l'autore.

 

Copyright 2007 by Bruno Castrovinci