Foto di: Laboratory for Atmospheres, NASA Goddard Space Flight Center per il National Geographic Satellite Atlas of the World.
La rarefazione dell’ozono nella regione antartica, che si
sviluppa ogni anno tra fine agosto e inizio settembre, consente l’impatto sulla
Terra di una maggiore quantità di raggi ultravioletti: tra gli effetti vi sono diversi
tipi di tumore della pelle. Questo gas è presente anche sulla superficie terrestre quando si verificano
forti inquinamenti urbani dovuti agli scarichi di combustione delle auto, in
particolari processi o viene emesso da antiquate stampanti laser e la sua
inalazione è dannosa all’apparato respiratorio.
L’ozono, O³, gas composto da tre atomi di ossigeno ha subito,
fino al 2001, una considerevole diminuzione ad un’altezza tra i 10 e i 40 km , fascia questa
denominata stratosfera che sovrasta la troposfera dove invece avvengono i grossi
cambiamenti climatici. Il fenomeno, evidente ogni primavera attorno all’asse
terrestre dell’emisfero antartico, si presentava in modo plateale solo in questa
zona per il particolare regime dei venti stratosferici i quali come un idrovora
a forma di ellisse, inclinante verso la Patagonia, convogliavano gli inquinamenti gassosi verso l’estremo Sud del globo terrestre.
A differenza della generale caduta dei valori del pianeta, in
questa suddetta regione l’ozono arrivava a perdere in primavera fino al 70 per
cento della sua consistenza: una zona viene considerata con un buco nell’ozono
quando questo gas ha una densità di meno di 220 unità Dobson (DU); come
riferimento si può indicare che 100 DU portate alla superficie terreste
formerebbero uno strato di ozono di un millimetro di altezza. Nella regione
artica invece, a causa di venti più deboli, di temperature più alte di qualche
grado e di scarsa nuvolosità, il fenomeno era apparso meno evidente.
Gli scienziati avevano appurato la rarefazione dell’ozono
nella regione antartica già nel 1956 quando erano iniziate le prime ricerche ad
opera della British
Antarctic Survey portate poi avanti anche dalla World
Meteorological Organization. Dai 321 DU del 1956 si è passato agli attuali
140-160 DU. L’area si era allargata ogni anno sempre di più; nel periodo estivo
era arrivata a coprire tutta la regione antartica e i mari circostanti, lambendo a
volte parte del Sud America, le Isole Falkland e incidendo nell’ordine di un
meno dieci per cento sullo strato di ozono di Australia e Nuova Zelanda.
L’ozono viene distrutto dalla presenza nella stratosfera
di sostanze chimiche, prodotte dalle attività umane, quali il
Clorofluorocarbonio(CFC), detto comunemente Freon, presente nei sistemi di refrigerazione, negli apparati di
condizionamento e nelle schiume isolanti, l’alon usato negli impianti
antincendio e il metilbromuro utilizzato come ignifugo per materiali, nella
lotta contro i parassiti, nella disinfezione delle piscine, in medicinali,
colori e estintori; possono contribuire anche eventi naturali quali l’eruzione
di vulcani, vedasi quella del Pinatubo nel 1991 o, in futuro, l’eventuale
aumento dei voli civili stratosferici, con jet quali il Concorde, che volando
nella parte più bassa della stratosfera, immettono in essa, come residui della
combustione, ossidi di nitrogeno.
In antartico, durante l’inverno, temperature dell’ordine
di –80° C consentono la formazione di nubi ghiacciate che incorporano questi
gas; in seguito, in primavera, l’aumento della temperatura accelera il
processo chimico che porta alla distruzione dell’ozono: i cloruri e i bromuri,
coadiuvati dalla fotolisi, si uniscono all’ozono generando i relativi
sottoprodotti e ossigeno.
Dal 1987, con la conferenza di Montreal, seguita nel 1990 da
quella di Londra, e nel 1992 da quella di Copenaghen, si è cercato di limitare l’uso
mondiale di tali gas, cui si sono purtroppo opposti paesi in via di enorme
sviluppo quali la Cina. Questo paese tra l’altro ha sofferto recentemente di
immense inondazioni la cui causa, da parte degli esperti del clima, è da
ricercarsi nella diminuzione dell’ozono. In altri termini l’effetto serra,
fa aumentare la temperatura che provoca a sua volta, oltre ad una riduzione dei
ghiacci del globo, una maggiore evaporazione delle acque e quindi un clima più
temporalesco. Gli ultimi dati hanno ridato la speranza: grazie al divieto dei
suddetti gas industriali nei precedenti 15 anni il buco causato dall'ozono si è
quasi completamente chiuso. Rimane il grosso problema dell'inquinamento dovuto
ai gas di scarico delle auto e al riscaldamento civile; in quest'ultimo è
preponderante l'uso del gasolio, che dovrebbe essere sostituito dal metano per
ridurre il particolato che respiriamo ogni giorno. I valori del buco dell'ozono
accertati a settembre 2006 - 27 milioni di chilometri quadrati - segnalano un
aumento, di 3 milioni, rispetto al 2004.