Il prestito

   Il Presidente quella notte non poteva prendere sonno. Non riusciva a dimenticare quello che aveva visto in TV alcuni giorni prima e cioè il ritorno di quegli Albanesi in patria, accompagnati dalla manifesta dichiarazione del Governo italiano con la quale esso si impegnava a dare 90 miliardi in tre mesi purchè Ramiz Alia si tenesse i suoi connazionali. Sì, poteva riuscirci anche lui, si disse. Del resto alla Conferenza dei G7 aveva ricevuto tante pacche sulle spalle ma niente dollari. Ci pensò un attimo e poi chiamò il centralino del Cremlino.
<<Mi dia subito Tirana, Ramiz Alia all'apparecchio. Erano le due di notte, ma Ramiz era sveglio: se la stava intendendo con una procace profuga del Kossovo.
   All'inizio Alia non capì, poi afferrò il senso del logorroico discorso del Presidente: anche lui ci voleva provare. Ma come? Mandando qualche milione di Sovietici in Europa? Macchè! Altro, ben altro. Avrebbe finto un golpe in URSS e tutto per qualche giorno o al massimo una settimana per spaventare l'Occidente, poi i democratici avrebbero ripreso il potere e a questo punto lui avrebbe potuto richiedere ai G7 quei 150mila miliardi necessari per le riforme.
<<Mica male, vai pure, tagliò corto Ramiz che anche durante la conversazione non era stato mollato per un attimo dalla Teresa. Il Presidente allora si vestì in fretta ma in silenzio: non voleva che la moglie lo sentisse. Fuori l'attendeva una Mosckovich nera con il motore acceso.
<<All'aeroporto , presto! Era così esaltato che quasi quasi stava per lasciar fuori il tenente Komarov che lo seguiva sempre con la valigetta dei codici militari. L'aereo arrivò a Mosca dopo due ore e un'altra buona mezz'ora ci volle per raggiungere il vecchio e immenso palazzo della Lubianka, dove, dopo il suo arrivo, si notarono decine di luci accese, anche al terzo piano, nella stanza del capo del KGB. Al tavolo della riunione, convocati in fretta, sedevano militari, ministri, economisti e anche altre facce non attribuibili. Visi comunque dismessi e assonnati, cravatte arrotolate male nella fretta e sbadigli a malapena repressi. Il Presidente si alzò, guardò tutti in faccia a lungo e intensamente e poi sibilò:
<<Signori siamo nella merda>>. E qui buttò giù un sacco di cifre e statistiche che si era portato dietro. Non ci resta che fare, aggiunse poi con una certa solennità, come Ramiz Alia. Proporrei, se non avete nulla in contrario, che il finto golpe inizi domani alle ventitré in punto: ho già dato disposizioni durante il volo.
   Tutti annuirono, eccetto il generale Smirnoff che si alzò in tutta la sua immensa mole e obiettò: " E lo dobbiamo dire anche a Eltsin? No, lo interruppe il Presidente, a lui no, ci dovrà pur essere qualcuno che ci creda veramente.
   Smirnoff si risedette, si soffiò il naso fragorosamente e dopo un po' alzò gli occhi verso il Presidente. Ma lui era già andato via, doveva ritornare in fretta in Crimea. La sua limousine sgommò sulla piazza facendo svolazzare freneticamente i primi piccioni mattutini.

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