Il
digitale terrestre rende ineludibile lo snellimento del conglomerato pubblico
La RAI TV necessita di una moderna riforma
Un Consiglio di Amministrazione, esterno al Parlamento, con l’apporto di figure internazionali darebbe la necessaria garanzia di indipendenza sui programmi.
di
Bruno Castrovinci
Il Professor Mario Monti, qui nella foto
come membro di giura del Business Book Award 2010. L’otto gennaio del 2012, il
Presidente del Consiglio, ospite a “Che tempo che fa”, ha accennato ad una
possibile riforma della RAI.
Ormai messo in cantina come uno di quei vini ad alta gradazione che
nessuno ama più bere perché sia il gusto che le mode nel frattempo sono
cambiate, chi ha preceduto il Professor Mario Monti aveva ragione su una cosa:
che i ristoranti fossero pieni di clienti. Non aveva però specificato che si
riferiva a quei locali frequentati dalla casta politica, dalla corte di
beneficiati che gli stava attorno e dallo strato sociale più abbiente del paese
che, proprio in una situazione di crisi economica, risentono meno e che quindi
possono ancora permettersi - come i parlamentari, che snobbano i ristoranti
interni del Parlamento a causa dei ritoccati “alti” prezzi - le lamelle di
spigola con radicchio e mandorle, preparate da rinomate trattorie romane.
Come ha osservato con perspicacia il comico Maurizio Crozza a
Ballarò, il comandante della spiaggiata nave da crociera Concordia, e chi lo ha
scelto, sono la metafora dell’Italia: mentre il bastimento si allagava,
Schettino faceva rispondere alle iniziali domande della Capitaneria di Livorno
che tutto andava bene perché si trattava solo di un blackout. E tale
atteggiamento, a noi tutti, ci ha ricordato subito qualcun altro. Insomma, come
nelle opere di William Shakespeare, ormai la verità ci vien detta - senza
offesa per l’esimio e stimatissimo Crozza - dal fool, dal buffone di corte.
Mi viene in mente anche il
commento di un paio d’anni fa, di un’imprenditrice di una piccola azienda
milanese che, all’osservazione che uno dei problemi dell’Italia fosse la
bassa natalità causata dai pochi incentivi alle famiglie, ribatteva che invece
lei aveva notato tantissime carrozzine con neonati in via della Spiga: cioè in
una delle zone residenziali più esclusive del capoluogo lombardo. Naturalmente,
niente da eccepire sulla ricchezza, come del resto Monti ha ricordato quando è
stato ospite della trasmissione di RAI 3 Che tempo che fa.
“La ricchezza – aveva puntualizzato il Professore - è
un valore, a condizione che sia il risultato di un merito, di uno sforzo
produttivo e di un talento in condizioni di concorrenza e non di una rendita e
che - quando si sia formata – paghi doverosamente i tributi. Vorrei che gli
Italiani fossero più orgogliosi della loro ricchezza e che prendessero
l’abitudine, che c’è nelle società anglosassoni e negli Stati Uniti, di
restituire al paese, con iniziative filantropiche e culturali, una parte di
quello che sentono di aver ricevuto dalla collettività e dalla loro educazione.
Certo, la prima restituzione è quella di pagare le tasse, per le quali faremo
una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, nell’ambito del rispetto dei
diritti individuali e senza inutili esibizionismi”.
Ahaa! E’ come aver vagato a lungo nel deserto, rischiando
la disidratazione, e vedersi poi offrire da un fortuito cammelliere di passaggio
una borraccia di acqua minerale leggermente frizzante e fresca al punto giusto.
Con questo maestro del british humour e dell’understatement (il minimizzare,
per esempio, i propri meriti per - detto alla milanese - non fare il baüscia),
anche se nel 2012 si dovessero avverare le profezie dei Maya, ci potremmo
sentire al sicuro: insomma, abbiamo finalmente scoperto di avere in casa il
tanto agognato, seppur stagionato, italico Obama. Che Standard & Poor’s ci
declassi pure, tanto ormai l’Italia è guidata da un distinto, intelligente e
determinato signore che ha classe da vendere. Notiamo poi che l’accanimento di
questa agenzia statunitense di rating – data per vicina al partito
repubblicano, mentre Moody’s inclina verso i Democratici – è stato
sincronizzato con il serio impegno sulle riforme che l’Europa sta attuando,
con l’entente cordiale tra Nicolas Sarkozy e Barack Obama, con
l’approssimarsi delle elezioni in Francia e in USA e con il tentativo di
Francia, Germania e Italia di introdurre nella CEE la Tobin Tax, aborrita sia
dal Premier britannico David Cameron, che dal gotha finanziario di Wall Street.
Ma passiamo adesso al tema
scottante della riforma RAI. Ormai è appurato che i partiti politici –
eccetto poche eccezioni – sono rappresentati stabilmente nell’organico del
gruppo televisivo pubblico e che faranno di tutto per restarci. Tuttavia, la
crisi economica di quello che era un tempo il “Bel Paese”, con la sua
annunciata recessione e con un’opinione pubblica che non accetta più
eclatanti privilegi, richiede una gestione avulsa dal potere politico per dare
ai cittadini, che oltretutto pagano il canone, un servizio pubblico che adesso
si vanno a cercare anche in altri media. Prova ne sia il fatto che in questo
frangente questi nuovi illuminati Italiani sentano il bisogno di capire meglio i
processi economici e politici e quindi seguano con fedeltà quei talk show, come
ad esempio SERVIZIO PUBBLICO – per il quale centomila di loro si sono
autotassati con un minimo di €10 a testa - un format che tende a evitare le
finte gazzarre intese a far lievitare l’audience ma che bloccano chi sta per
esprimere un concetto compiuto.
Il cambio di passo, se ci si
immedesima nell’utente, o nel cliente che dir si voglia, potrebbe essere
attuato con poche direttive contenute in un decreto legge. Per essere spicci:
messa in vendita sul mercato, delle frequenze di
RAI 1 e RAI 2, per le quali, potrebbero concorrere anche gli operatori
telefonici per lanciare il Wi-Fi su tutto il territorio nazionale. “Ballando
sotto la luna”, “Come preparare il brasato di canguro”, “I misteri
svelati degli Alieni” o “Il delitto plastificato”, si possono benissimo
trasferire nella concorrenza; mobilità verso la Pubblica Amministrazione del
personale delle due reti dismesse, con l’opzione per i dipendenti di seguire
seri corsi di riqualificazione per l’ingresso anche in settori privati non di
appartenenza; rafforzamento dei programmi di RAI 3 in ambito culturale,
economico e scientifico, visto che il paese si sta incartando verso un’analfabetizzazione
di ritorno, sia tra la fascia sempre più ampia dei giovani di famiglie a basso
reddito, che tra le migliaia di cassaintegrati di età media espulsi dal
processo produttivo. E su quest’ultimo punto conviene sottolineare che
l’Italia può sostenere la competizione sul mercato internazionale solo se
alza il livello di conoscenza della forza lavoro in modo da offrire prodotti e
servizi sempre a più alta tecnologia, per i quali sarà necessaria una costante
riqualificazione della manodopera.
Un altro spunto potrebbe essere la programmazione su RAI 4 e RAI 5
anche di film di in originale, con sottotitoli, per facilitare la conoscenza
dell’Inglese, Francese e Tedesco e una rivisitazione - per una valutazione
d’impatto sugli specifici target - degli altri canali digitali. E poi capacità
di adeguarsi agli eventi inattesi: Sky e La 7, per esempio, dopo poche ore dalla
tragedia della Concordia avevano in loco la loro troupe di inviati. Ora, quello
della radio è un altro settore, ma Radio 3, che fa un egregio lavoro da anni,
è un esempio di ciò che si deve intendere per servizio pubblico. E poi il
canone della RAI, che potrebbe essere accorpato alla bolletta della luce o del
gas, per stanare così tutti gli evasori di questa tassa. Infine, precisazione
delle quote pubblicitarie di cui ogni operatore televisivo potrà usufruire,
onde evitare posizioni dominanti. Infatti, al momento, se si considerano gli
introiti delle aziende del settore come un insieme di canone e pubblicità,
troviamo in pole position Mediaset con il 34%, segue Sky con il 32%, Rai
29%, La7 con 2%, mentre il restante 3% è distribuito tra tutte le piccole
emittenti. Però, se si considera il gettito proveniente dalla sola
pubblicità, la parte del leone la fa Mediaset con ben il 56% contro il 24%
della Rai.
Per ciò che riguarda il nuovo Consiglio di Amministrazione
della RAI, una parte dei suoi membri potrebbe provenire dal management delle TV
pubbliche di Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e USA (la WNET/New York,
per esempio) con l’aggiunta – dato che siamo immersi con i piedi nel
Mediterraneo – di un rappresentante della TV pubblica della nuova Libia e di
Israele. A questi si affiancherebbero un rappresentante del Ministero della
Pubblica Istruzione, del Ministero dell’Economia e Sviluppo,
dell’Associazione Consumatori, un rappresentante del Movimento Ecologista, un
esponente di Italia Nostra, un membro nominato dalla Conferenza dei Rettori
delle Università Italiane e, last but not least, un dipendente della RAI votato
dalle maestranze. Il Consiglio eleggerà poi a sua volta, in base ai curricula
presentati, il nuovo Direttore Generale della RAI (durata 3 anni, rinnovabili
per un solo altro mandato), il quale potrà nominare i vari responsabili delle
strutture operative, imprimendo al servizio pubblico le direttive elaborate dal
Consiglio.
Per concludere - poiché la maggior parte di noi non si può
permettere spesso le succitate
lamelle di spigola con radicchio e mandorle, e al fine di prepararsi in tempo
per la prossima campagna elettorale dell’aprile 2013 - quando vi sarà chiara
la scelta, acquistate pure una nuova smart TV (che si può anche collegare ad
Internet), magari in 3D, cosicché se dovesse apparire un altro imbonitore che
plagiando efficaci atteggiamenti passati, dovesse promettervi, con voce
piacevolmente flautata e appaiata ad un ampio sorriso che “Sì, avete capito
bene: vi leverò l’IMU”, scrutate allora il vostro schermo ad alta
risoluzione e intuirete da quelle nitide gocce di sudore che stanno scavando una
striscia più chiara nel pesante cerone della faccia dell’aspirante
politicante, che quell’evocata regalia, a prima vista positiva, si ribalterà
poi su di voi come un altro addizionale maglio fiscale.
Questo
articolo è stato anche pubblicato, il 19 gennaio 2012, a pag. 17, sul
quindicinale
Il Giornale dell'Oltrepo