L'uomo e il mare


   Mi era stato detto che a Messina vi è chi pesca il tonno a mano. Proprio così, a mano, con una semplice lenza. E ciò ti incuriosisce, ti prende la fantasia e per un attimo ti immagini il pescatore e il grande pesce che lottano strenuamente. Insomma, una scena tratta di sana pianta, dal libro "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway. E quì si parla non di tonnetti o di tonnacchioli, ma di bestie da un minimo di 90 fino anche a 350 Kg. Così mi metto alla ricerca dello Spencer Tracy siculo chiedendo ai pescivendoli del litorale dove trovare questo tizio e quasi tutti mi consigliano di contattare "Cicciu u rossu" che abita nel villaggio Pace sulla litoranea verso Punta Faro. Ciccio non delude il suo nomigliolo; è infatti alquanto "robusto" , con una folta barba da nostromo Findus e sui quarant'anni e come quasi tutti i cicci si rivela una persona molto cordiale e disponibile.
   "Si, si può anche andare oggi, nel primo pomeriggio" mi dice. Ha già infatti l'esca viva - sgombri sul mezzo chilo - che ha catturato il giorno prima e messi a dimora in una cassa di legno ormeggiata ad una boa, al largo. C'è, in questo calmo e aperto assenso, il meglio del Sud. Vi si nota una disponibilità senza condizioni che manifesta il rispetto per uno dei comandamenti di questa tormentata isola e cioè che bisogna accontentare l'ospite o il nuovo venuto, anche se costa fatica e tempo. Così ci stringiamo la mano e ci diamo appuntamento a più tardi, sulla spiaggia accanto alla sua barca, un mezzo a motore di sei metri, tipico dello Stretto di Messina.
   Il tonno, mi dirà lui poi sulla barca, è un animale stupido. Mangia continuamente e ingrassa come un maiale e come il suino, di lui non si butta via niente: con le uova si confeziona la bottarga, dalla pancia si ottiene la ventresca e poi il mosciame - dallo spagnolo antico moxama "pesce salato" - il lattume e la soppressata. Non ha nemici se non(!) l'uomo e lo squalo bianco. Sullo Stretto viene pescato anche dalle grosse feluche principalmente utilizzate per catturare, con la fiocina, il pescespada.
   Mentre Ciccio, aiutato dal nipote, carica sulla barca la cesta con la lenza, l'arpione - il cui lungo manico è derivato da un comune tubo dell'acqua - e il grosso tino di plastica azzurra ove poi porremo le esche vive, guardo il mare: dove andremo, c'è una forte increspatura. << Lì vi sono le secche. Quando ogni sei ore cambia la corrente - precisa il pescatore - l'acqua sbattendo sul fondo relativamente basso fa ribollire la zona>>. Dopo un venti minuti siamo sul posto, a due miglia dalla costa e la corrente è molto forte. Sembra di essere in mezzo allo stretto, ma in effetti siamo ancora più vicini alla costa siciliana. Sulla barca ogni tanto arriva qualche sbuffo d'acqua e in questo gorgogliare il natante mi sembra proprio piccolo. Ciccio ha intanto preso uno sgombro e delicatamente ha infilato un grosso amo nella pancia del pesce, mentre un altro amo più piccolo lo ha fissato sul muso; è quest'ultimo che trainerà lo sgombro.




   Appena lanciata in mare, l'esca viva guizza per qualche secondo a destra e a manca, poi si pone sulla scia della barca come un cagnolino da passeggio. Da quì comincerà l'andirivieni su quel tratto di mare dove, secondo Ciccio, si trovano quasi sempre "i suoi" tonni stanziali o di passa. << Li vedi quei sei alberi sulla collina? - mi fa, interrompendo il mio divagare - Quando ci porremo in linea anche con quello spuntone di monte, lì, in direzione di Alì Marina, allora siamo nel posto giusto. E' una mia teoria, ma è stata confermata dalle catture e cioè che in certe condizioni di corrente, di fasi di luna e di tempo atmosferico, i tonni si presentano in questo specchio d'acqua che non supera i cento metri di lato. Chiaramente non è che sempre uno esce e prende il tonno. Certe volte si va a vuoto per giorni e giorni e ci mangiamo le esche>>.
   Per questa pesca non viene usata la solita grossa lenza, ma si utilizzano invece tre fili di nylon intrecciati per ottenere una maggiore resistenza alla rottura. E' un metodo che è stato fatto conoscere ai pescatori dello stretto alla fine del secolo scorso da Domenico Vadalà detto " U' mericanu" a causa degli anni trascorsi a lavorare nei moli di New York. Le zone dove abitualmente si insidia il tonno, oltre alla "riserva di caccia" di Ciccio, sono essenzialmente due: la Fossa di Scilla e, per la pesca di notte i così detti " i murazza", dietro il faro di San Rainieri, dietro il porto di Messina.
   Questi pesci pelagici si presentano nello stretto in due periodi distinti dell'anno: da metà aprile a fine agosto arrivano i tonni di San Giovanni e sono quelli più grossi, ad ottobre si presentano invece i tonni della Castagnara di 80-90 kg di peso. Ci sono poi i tonni stanziali che hanno trovato di che nutrirsi nelle acque dello Stretto e lì vi rimangono per anni. La traina al tonno è una pesca passiva nel senso che non si fa altro che attendere l'abboccata, salvo ogni tanto controllare che l'esca sia ancora viva.
   Ma ecco che Ciccio, reagendo d'istinto ad uno strappo che giunge dal fondo, dà adesso una forte strattonata alla lenza. <<Ci siamo>> mi dice, mentre la lenza dalla cesta di vimini incomincia, staffilando, a scomparire velocemente nell'acqua. Bisogna stare attenti alle mani perché se ti si impiglia mentre il tonno è in corsa ci puoi rimettere un dito e strano a dirsi ciò che stanca di più il pesce è proprio il portarsi dietro 100-200 metri di questo filo che genera un grosso attrito con l'acqua. Il Ciccio mi spiega che dopo aver abboccato, il tonno infastidito dall'amo, tenta più volte scuotendo il capo di liberarsi dell'incomodo, poi, vistosi in trappola parte per una corsa sfrenata. E infatti è già passata oltre un'ora ma il tonno non cede, anche se si è riusciti ad accorciarne le distanze di molto: è infatti qui sotto la barca e vi gira attorno in cerchi concentrici ad un settantina di metri di profondità. Mentre il nipote ha già liberato l'arpione dalla sua guaina e attende, Ciccio continua a recuperare con costanza e stavolta senza cedere filo. Il tonno ci ha portato ormai fuori dalla zona delle correnti e ogni tanto lo si vede balenare sul fondo: si sta arrendendo. Sudiamo tutti e non solo per il sole ma anche per la tensione che ci prende e a me non resta che aspettare con la macchina fotografica al collo, l'emergere del pesce. Ed eccolo qui. E' di sbieco, deve essere molto stanco. Il giovane da una distanza di due-tre metri lancia l'arpione che si conficca sul dorso blù scuro. Il tonno non reagisce se non strabuzzando gli occhi. Ciccio lo porta sotto bordo e mi guarda sorridendo <<Hai visto?>>. Si, vedo, Ciccio. Complimenti.


Le rotte dei tonni

   Questo disegno di tonno rosso, Thunnus thynnus, opera di Bini G.,  è tratto dall'elegante e esaustivo libro "Dal Mito all'Aliscafo. Storie di tonni e di tonnare" del biologo dell'Università di Messina, Raimondo Sarà. Così pure la mappa delle rotte dei tonni e la seguente didascalia.
"I movimenti dei tonni genetici: dall'ingresso in Mediterraneo al ritorno nelle acque ad alta produttività, inseriti in uno schema di circolazione delle acque di superficie in periodo tardo-invernale e primaverile del Bacino mediterraneo. Ben pochi riferimenti si hanno per la fascia costiera dal confine tunisino-libico e sino ad Alessandria. Zone bianche e carenti di dati oceanografici e biologici; eppure, a mio avviso, estremamente interessanti per i tonni di piccola/media taglia."

   Ogni anno, agli inizi di maggio, gli istinti di riproduzione portano le torme dei tonni provenienti dall'Oceano Atlantico ad oltrepassare lo stretto di Gibilterra e a sciamare nel Mediterraneo. Il thunnus thynnus, questo il suo nome scientifico, si dirige verso il Mar ligure e Tirreno, verso le coste spagnole, francesi, corse, sarde e nordafricane, ma la maggior parte di essi incontra la Sicilia e lì vi compie dei giri. Abitualmente, il percorso di andata che i branchi compiono per deporre le uova, parte dalla zona di Messina per dirigersi verso Trapani mentre il ritorno si svolge lungo la costa meridionale dell'isola, verso Capo Passero, e prosegue lungo la costa ionica fino a ritornare a Messina. In questi percorsi sono attive ormai poche tonnare. La più conosciuta è quella di Favignana, nelle isole Egadi, la quale nel 1986 ha catturato oltre mille tonni. E' la più grande d'Italia insieme a quella di Carloforte in Sardegna. La tecnica delle tonnare è stata introdotta dagli Arabi della dinastia aglabita, che dominava nell'odierna Tunisia, nel IX secolo e ancora adesso si può sentire durante la mattanza, dalla viva voce dei pescatori, numerose parole d'origine araba cadenzate dalle nenie degli antichi Musulmani. In questi ultimi anni si è assistito ad una minore consistenza dei branchi, per lo più dovuta alla pesca intensiva dei pescherecci in Atlantico e alle spadare illegali recentemente poste nello Stretto di Gibilterra ma anche nel Mediterraneo. Il tonno sfiora i 55 km/h di velocità e in età adulta raggiunge un peso notevole; è ancora imbattuto il record di 760 kg stabilito 30 anni fa con la cattura di un esemplare in Argentina.

  

 Qui sopra un trancio di filetto di tonno conservato in salamoia. Le striature bianche sono le fasce muscolari. Nella sezione Cucina del sito potete trovare la semplice ricetta per un gustoso piatto.