I vini inglesi

Da Londra, imboccando la trafficata nazionale A 21 che in direzione sud-est porta ad Hastings, si arriva in un paio d'ore d'auto a Lamberhurst, nel cuore del Kent. La zona conosciuta come il Weald, anticamente era chiamata foresta di Anderida e attirava cacciatori alla ricerca del cervo o del cinghiale. I disboscamenti dell'inizio Settecento hanno risparmiato ampie zone di bosco che corrispondevano alle tenute di caccia dei signori del luogo, sicché in certi punti, dove ancora i castelli hanno retto al passare del tempo, l'atmosfera di quell'Inghilterra mirabilmente descritta nei romanzi di Walter Scott, appare tuttora vivida.
L'hobby del miliardario
Dedicarsi alla
viticoltura in Gran Bretagna richiede un notevole investimento. Il terreno costa
sui 10 milioni per ettaro, altri 7 ci vogliono per la messa a dimora delle
piantine e per la manutenzione 2 milioni all'anno per ettaro sono appena
sufficienti. Altri 10 milioni, sempre per ettaro, sono necessari per la
palettatura del vigneto al terzo anno di vita.
Il primo raccolto commerciale si ha al quarto anno; al quinto, 10
quintali di uva per ettaro sono la norma, poi le condizioni del tempo potranno
raddoppiare il raccolto, come pure dimezzarlo. Tanto per fare un paragone, in
Italia si ha una resa media in collina di 100 quintali e fino a 400 in pianura.
Nessun dubbio quindi che i vignerons inglesi devono essere, già in partenza,
molto ricchi e molto appassionati.
Ad esempio, Kenneth MacAlpine, asciutto e distinto signore oltre i
sessanta, proprietario della Lamberhurst Vineyards, porta un nome molto
conosciuto in Gran Bretagna. Concorre alla gestione di un family business
strutturato in diverse parent companies, società collegate che curano settori
tra i più disparati. Mister Kenneth supervisiona le proprietà del Gruppo nel
sud del paese, zona di stretta osservanza thatcheriana, con una ancora scarsa
densità di popolazione e che proprio a Lamberhurst e dintorni è conosciuta
come il <<giardino d'Inghilterra>>.
MacAlpine, non appena si accorge che l'entrata nel MEC porta ad una
caduta dei prezzi agricoli, cerca un'alternativa alla coltivazione del luppolo.
Alcune esperienze viticole di qualche agricoltore nel Kent lo inducono a battere
questa strada. Così si reca all'Istituto agrario di Geisenheim in Germania,
portando con se i dati pedoclimatici, cioè campioni del terreno e dati sulle
temperature, venti dominanti, piovosità e esposizione dei futuri vigneti
inglesi.
Gli enologi tedeschi gli dicono che si può tentare e da allora
investire nel business del vino diventa l'hobby preferito di Kenneth MacAlpine.
Il mercato inglese assorbe tutto ciò che, annualmente, la sua azienda riesce a
produrre, 700.000 bottiglie circa, ma ha esportato in Giappone, Singapore,
Olanda, Svezia e negli USA prima del calo del dollaro e delle recenti
imposizioni doganali. Per MacAlpine, che è stato per dieci anni presidente
della English Vineyards Association, il futuro del vino inglese si prospetta
promettente, anche perché i vitigni, qui, sono relativamente giovani e col
tempo dovrebbero dare delle uve migliori. Il problema a suo parere, è
rappresentato da quei viticoltori che non sanno vinificare e che fanno
allontanare dal prodotto inglese i delusi consumatori.
Qui bisogna anche dire che sul mercato inglese, oltre Negli wine,
che è quello prodotto da uve nazionali, è in vendita il British wine derivato
dall'importazione di mosti di bassa lega che vengono rifermentati sul luogo e
che prendono altisonanti nomi normanni come un Rougemont Castle. Cosa abbiano di
british non si capisce, se non aggiunte tutte da immaginare.
Ma nella moderna e linda fattoria di Lamberhurst, che dà lavoro
fisso a 14 persone, tra enologi, tecnici e personale degli uffici, il
personaggio è Karl Heinz Johner. Questo esuberante, ebullient direbbero qui,
giovane enologo tedesco paracadutato in Inghilterra, mentre passeggiamo per i
vigneti seguendo un vineyard trail, già calpestato da migliaia di agroturisti
inglesi, snocciola dati e cifre con entusiasmo e con un perfetto inglese, appena
tradito da inflessioni teutoniche. I tipi di vite coltivate sono una trentina
circa ma quelli che costituiscono il grosso della produzione sono il Müller
Thurgau, una vite che contribuisce al 28 per cento di tutta la produzione
inglese, poi seguono Reichensteiner, Schönburger, Seyval Blanc, e Huxelrebe, i
primi tre tedeschi gli altri ibridi francesi. Dopo vari esperimenti si stanno
indirizzando al Geneva Double Courtain, un sistema americano di indirizzo dei
tralci della pianta: il tronco si presenta con due rami principali che si
dispongono, su fili d'appoggio, ad un'altezza di circa due metri in modo
orizzontale e opposti l'uno all'altro usufruendo così di tutta la luce
necessaria.
Questo sistema è stato introdotto per la prima volta in Europa da
Bernard Theobald, un viticultore inglese che a Purley, nella valle del Tamigi,
possiede un avviato vigneto.
Conigli, uccelli e tanto vento
<<La resa media
per ettaro si aggira sugli 8 quintali, ma siamo sottoposti ai capricci del tempo
- afferma Karl - e alle angherie della natura. Dobbiamo salvaguardare, con reti
interrate, le piante dai conigli, che gli inglesi non mangiano da tempo
immemorabile perché in Inghilterra questo roditore è contagiato da
Toxoplasmosi.
E poi gli uccelli, così cari alla gente e così protetti che non
ci resta che coprire con reti tutto il vigneto non appena inizia la maturazione
dell'uva. Altro problema è il vento che si cerca di smorzare piantando intorno
alla vigna degli alberi e inserendo in ogni quinto filare delle speciali
fettucce di plastica, dette Paraweb, che dimezzano la velocità dei venti da
sud-ovest. Poi c'è la Boitrytis cinerea, un fungo che prospera con l'umidità.
Ci si può consolare pensando che la grandine è sconosciuta>>.
La Gran Bretagna si trova nella zona più alta della cosiddetta
northen belt wine, che tocca l'Alsazia, il Lussenburgo e le valli del Reno e
della Mosella.
Nel Regno Unito le precipitazioni si possono misurare con il metro.
Si va da un minimo di 0,5 metri nel Cambridgeshire ai quattro metri e mezzo in
certe zone del Galles: e gli otto milioni di inglesi che soffrono di artrite
reumatica sono un riscontro di questi dati. Dunque cosa ci sta a fare in questo
vigneto l'irrigazione a goccia?
A prima vista appare come un nonsenso, invece è una necessità da
quando si sono registrate siccità nel '69, nel '76 e nell'83. <<La pianta
abituata a tanta acqua non emette radici profonde e nei periodi secchi non
riesce a pescare in profondità, così bisogna innaffiarla se si vuole una buona
resa>>. E' sempre il parere del nostro esperto. Comunque quest'isola
detiene qualche vantaggio nei confronti dei viticultori europei: la Phylloxera
vastatrix è sconosciuta proprio per il clima e la scarsa concentrazione dei
vigneti.
Il vino in barrique
Il contenuto alcolico
del mosto di Lumberhurst varia tra gli otto e i nove gradi, un valore che viene
alzato con aggiunta di saccarosio. Anche qui si son dati al vino in barrique, in
barili di rovere francese: un bell'esempio di comunità europea considerando che
il vino è inglese e l'enologo tedesco. <<Tuttavia - fa notare Karl - nel
settore vinicolo inglese ci si esprime ancora in termini di piedi, acri,
galloni>>.
Il periodo della vendemmia in Inghilterra si sposta verso metà
novembre per usufruire al massimo degli ultimi sprazzi di sole. In effetti l'uva
bianca non necessita di sole scottante ma di luce e la Gran Bretagna essendo
molto a nord gode di una giornata più lunga rispetto agli altri produttori
europei.
I vini sono molto fruttati, un po' abboccati per il lieve residuo
zuccherino; vi si deve ricercare non la corposità ma i profumi, la fragranza
più che il bouquet. Vini tranquilli, a bassa gradazione, dieci, massimo 11,5
gradi che tengono anche 3-4 anni e che ben si adeguano alle nuove tendenze del
gusto. Vini per lo più bianchi, semisecchi, secchi e anche il rosato in
barrique è gradevole.
E' buono del resto anche il rosato prodotto dalla fattoria di
Theobald, ex nostromo di marina che proclamava davanti ad un gruppo di sparuti
agroturisti inglesi che il più bel rosé del mondo è quello dei suoi vigneti.
<<Vede - dice mostrando con orgoglio tutto inglese, una bottiglia - questo
è stato il primo Pinot Noir prodotto in Inghilterra. E' stato appurato infatti
che negli ultimi dieci anni la temperatura mondiale è aumentata di un grado e
si prevede nel 2000 un ulteriore aumento di tre gradi. Così avremo, in questa
meravigliosa valle del Tamigi, la stessa temperatura della zona del Bordeaux>>.
Profumo di salvia
Mario Maffi,
l'enologo dell'azienda vinicola Montelio nell'Oltrepo pavese, una casa fondata
nel 1848 e una delle poche in Italia a produrre anche il Müller Thurgau, così
sintetizza il giudizio di sei vini inglesi. <<Sono vini aromatici con un
residuo di dolce, non sempre accettabile dall'italiano medio, comunque un dolce
vellutato, non stucchevole, che incontrerebbe il gusto dei giovani. Si
avvicinano ai vini del Reno. Sono prodotti gradevoli con ampi profumi floreali,
certuni più strutturati degli altri. E' una simpatica sorpresa , bisogna dirlo,
specialmente questo Three Choirs '84, con profumo speziato, di salvia, un gusto
nerboruto, un po' aspro, poco dolce, un po' petillant. E' quello che si accosta
di più al gusto italiano. E anche il Pinot Noir della Westbury ha un profumo
delicatissimo, sentore di frutta di sottobosco, un po' muschiato, retrogusto di
marasca, un perfetto equilibrio. E' sorprendente che si riescano ad ottenere in
Inghilterra dei vini ben concepiti senza sfasature particolari>>.
Ma la conferma più istituzionale dell'accettabilità dei vini
anglosassoni, viene da Luigi Veronelli, il sommelier più conosciuto in Italia,
che ha assaggiato un rosé e un Müller Thurgau della Lamberhurst e il blended
Müller Thurgau-Reichensteiner della Three Choirs, un'azienda vinicola del
Gloucestershire.
<<I primi due sono abbastanza buoni per essere prodotti in un
paese con scarse tradizioni vinicole, ma non hanno una grande personalità,
mentre il blended è di notevole spessore e di grande carattere. Ha un grande
pregio - aggiunge Veronelli - si sa che i grandi vini della Borgogna devono
sentire "la merde de poule" per essere considerati tali, ebbene questo
sente la pipì di gatto, che è un odore che conferma l'eccezionalità del
prodotto. Sente anche la foglia di pomodoro, il peperone maturo. Ha una serie di
suggestioni estremamente interessanti. Devo dire che mi ha emozionato>>.
Calma, l'Italia enoica non abbia paura. Tutta la produzione inglese
ammonta a tre milioni di bottiglie e malgrado l'ottimismo di Theobald sul
cambiamento di clima, in Gran Bretagna nessuno prevede per il futuro grandi rese
per ettaro. Però è doveroso un riconoscimento di dedizione, di impegno e di
serietà ai produttori d'Oltre Manica.
Con il permesso di Marc'Aurelio
La storia della
coltivazione della vite in Inghilterra si rifà ad origini lontanissime. Sebbene
l'isola fosse stata invasa da Cesare nel 55 aC ed effettivamente conquistata
dall'imperatore Claudio nel 43 dC, solo nel 280 Probo Marco Aurelio dà il
permesso di coltivare la vite in quella lontana marca.
Il venerabile Beda nella sua <<Storia ecclesiastica del
popolo inglese>> del 731 fa menzione delle uve prodotte nella regione,
mentre Re Alfredo il Grande, durante il suo regno che durerà fino all'899,
adotta le prime sanzioni per i danni causati ai vigneti.
L'estensione capillare si verifica però nel IX secolo allorché la
Chiesa introduce il vino nel rito. Esistono altre conferme a tali
specializzazioni agricole. Per esempio il Domesday Book, l'inventario delle
proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita dettagli di 38
vigneti nel sud del paese.
La produzione di vino subirà comunque una serie di contraccolpi a
partire dal periodo normanno, quando Enrico II d'Inghilterra sposa Eleonora d'Aquitania
che porterà come dote il ducato omonimo.
Da quella regione, conosciuta adesso come Bordeaux, un fiume di
vino a basso prezzo, per lo più il rosso e leggero Claret, invaderà il mercato
inglese e tale esportazione continuerà sin oltre il 1451 allorché il Bordolese
cessa di far parte della corona britannica. Tra queste due date, l'apparizione
della peste bubbonica nel 1348 che ucciderà metà della popolazione, porterà
grave detrimento ad una coltivazione che richiedeva allora molta mano d'opera.
Ma il colpo decisivo verrà dato nel 1529 dallo smantellamento dei
monasteri, deciso da Enrico VIII dopo la rottura con la Chiesa cattolica:
notoriamente ad ogni monastero, situato in zone climatiche adatte, corrispondeva
un vigneto. Seguirà un lungo periodo di stagnazione, interrotto soltanto nel
XVI secolo quando diventò di moda tra i grandi proprietari terrieri farsi il
vino.
Le poche vigne rimaste fino alla prima guerra mondiale vengono,
anche in questa fase, penalizzate dalla penuria di zucchero da aggiungere al
mosto per far aumentare la gradazione alcolica. Il revival si ha negli anni
cinquanta quando si incominciano ad importare in Gran Bretagna ibridi di vitigni
adatti ad un clima continentale, sperimentati negli istituti di ricerca agraria
francesi e tedeschi.