I vini inglesi


   Da Londra, imboccando la trafficata nazionale A 21 che in direzione sud-est porta ad Hastings, si arriva in un paio d'ore d'auto a Lamberhurst, nel cuore del Kent. La zona conosciuta come il Weald, anticamente era chiamata foresta di Anderida e attirava cacciatori alla ricerca del cervo o del cinghiale. I disboscamenti dell'inizio Settecento hanno risparmiato ampie zone di bosco che corrispondevano alle tenute di caccia dei signori del luogo, sicché in certi punti, dove ancora i castelli hanno retto al passare del tempo, l'atmosfera di quell'Inghilterra mirabilmente descritta nei romanzi di Walter Scott, appare tuttora vivida.
   Sul paesaggio collinare si stendono i campi di luppolo, di cui la regione è il maggior produttore del paese, e d'avena. Lamberhurst si inserisce armoniosamente in questo paesaggio, con molte delle sue case ancora in legno e in pietra e con due locande, George&Dragon Inn e The Chequers Inn, quest'ultima costruita nel 1412 e unico pub nei dintorni. Entrambe le locande offrono non più di una decina di camere ma una superba cucina inglese che può essere accompagnata dai vini del luogo: infatti a Lamberhurst si trova la più grande azienda vinicola del Regno Unito, nei cui ventiquattro ettari sono stati messi a dimora, a partire dal 1972, vitigni per lo più di origine tedesca e francese. Ma questa non è la sola azienda enoagricola: i vignerons inglesi, secondo un'indagine del 1986 del ministero dell'Agricoltura, risultano essere 323 e coltivano vigneti per una superficie complessiva di 488 ettari nella zona attorno alla Greater London, nelle regioni del Bedforshire, Essex, Suffolk, Kent e Sussex. Anche la valle del Tamigi si sta popolando di vigneti forse con la segreta speranza di imitare le più note valli tedesche. Ma la CEE considera i vini inglesi "table wines", da tavola, e non ha permesso loro fino ad oggi di fregiarsi del titolo "Doc". Non c'è da stupirsi d'altra parte: la produzione annua di vino inglese raggiunge a fatica i 23mila ettolitri contro i 70 milioni della produzione italiana e i 195 di quella della CEE.
   La Gran Bretagna, che negli ultimi otto anni ha registrato un incremento del 100 per cento del consumo di vino, mentre si attrezza a diventare produttore, continua dunque ad essere soprattutto grande importatore di vini francesi, tedeschi e italiani.

L'hobby del miliardario

   Dedicarsi alla viticoltura in Gran Bretagna richiede un notevole investimento. Il terreno costa sui 10 milioni per ettaro, altri 7 ci vogliono per la messa a dimora delle piantine e per la manutenzione 2 milioni all'anno per ettaro sono appena sufficienti. Altri 10 milioni, sempre per ettaro, sono necessari per la palettatura del vigneto al terzo anno di vita.
   Il primo raccolto commerciale si ha al quarto anno; al quinto, 10 quintali di uva per ettaro sono la norma, poi le condizioni del tempo potranno raddoppiare il raccolto, come pure dimezzarlo. Tanto per fare un paragone, in Italia si ha una resa media in collina di 100 quintali e fino a 400 in pianura. Nessun dubbio quindi che i vignerons inglesi devono essere, già in partenza, molto ricchi e molto appassionati.
   Ad esempio, Kenneth MacAlpine, asciutto e distinto signore oltre i sessanta, proprietario della Lamberhurst Vineyards, porta un nome molto conosciuto in Gran Bretagna. Concorre alla gestione di un family business strutturato in diverse parent companies, società collegate che curano settori tra i più disparati. Mister Kenneth supervisiona le proprietà del Gruppo nel sud del paese, zona di stretta osservanza thatcheriana, con una ancora scarsa densità di popolazione e che proprio a Lamberhurst e dintorni è conosciuta come il <<giardino d'Inghilterra>>.
   MacAlpine, non appena si accorge che l'entrata nel MEC porta ad una caduta dei prezzi agricoli, cerca un'alternativa alla coltivazione del luppolo. Alcune esperienze viticole di qualche agricoltore nel Kent lo inducono a battere questa strada. Così si reca all'Istituto agrario di Geisenheim in Germania, portando con se i dati pedoclimatici, cioè campioni del terreno e dati sulle temperature, venti dominanti, piovosità e esposizione dei futuri vigneti inglesi.
   Gli enologi tedeschi gli dicono che si può tentare e da allora investire nel business del vino diventa l'hobby preferito di Kenneth MacAlpine. Il mercato inglese assorbe tutto ciò che, annualmente, la sua azienda riesce a produrre, 700.000 bottiglie circa, ma ha esportato in Giappone, Singapore, Olanda, Svezia e negli USA prima del calo del dollaro e delle recenti imposizioni doganali. Per MacAlpine, che è stato per dieci anni presidente della English Vineyards Association, il futuro del vino inglese si prospetta promettente, anche perché i vitigni, qui, sono relativamente giovani e col tempo dovrebbero dare delle uve migliori. Il problema a suo parere, è rappresentato da quei viticoltori che non sanno vinificare e che fanno allontanare dal prodotto inglese i delusi consumatori.
   Qui bisogna anche dire che sul mercato inglese, oltre Negli wine, che è quello prodotto da uve nazionali, è in vendita il British wine derivato dall'importazione di mosti di bassa lega che vengono rifermentati sul luogo e che prendono altisonanti nomi normanni come un Rougemont Castle. Cosa abbiano di british non si capisce, se non aggiunte tutte da immaginare.
   Ma nella moderna e linda fattoria di Lamberhurst, che dà lavoro fisso a 14 persone, tra enologi, tecnici e personale degli uffici, il personaggio è Karl Heinz Johner. Questo esuberante, ebullient direbbero qui, giovane enologo tedesco paracadutato in Inghilterra, mentre passeggiamo per i vigneti seguendo un vineyard trail, già calpestato da migliaia di agroturisti inglesi, snocciola dati e cifre con entusiasmo e con un perfetto inglese, appena tradito da inflessioni teutoniche. I tipi di vite coltivate sono una trentina circa ma quelli che costituiscono il grosso della produzione sono il Müller Thurgau, una vite che contribuisce al 28 per cento di tutta la produzione inglese, poi seguono Reichensteiner, Schönburger, Seyval Blanc, e Huxelrebe, i primi tre tedeschi gli altri ibridi francesi. Dopo vari esperimenti si stanno indirizzando al Geneva Double Courtain, un sistema americano di indirizzo dei tralci della pianta: il tronco si presenta con due rami principali che si dispongono, su fili d'appoggio, ad un'altezza di circa due metri in modo orizzontale e opposti l'uno all'altro usufruendo così di tutta la luce necessaria.
   Questo sistema è stato introdotto per la prima volta in Europa da Bernard Theobald, un viticultore inglese che a Purley, nella valle del Tamigi, possiede un avviato vigneto.

Conigli, uccelli e tanto vento

   <<La resa media per ettaro si aggira sugli 8 quintali, ma siamo sottoposti ai capricci del tempo - afferma Karl - e alle angherie della natura. Dobbiamo salvaguardare, con reti interrate, le piante dai conigli, che gli inglesi non mangiano da tempo immemorabile perché in Inghilterra questo roditore è contagiato da Toxoplasmosi.
   E poi gli uccelli, così cari alla gente e così protetti che non ci resta che coprire con reti tutto il vigneto non appena inizia la maturazione dell'uva. Altro problema è il vento che si cerca di smorzare piantando intorno alla vigna degli alberi e inserendo in ogni quinto filare delle speciali fettucce di plastica, dette Paraweb, che dimezzano la velocità dei venti da sud-ovest. Poi c'è la Boitrytis cinerea, un fungo che prospera con l'umidità. Ci si può consolare pensando che la grandine è sconosciuta>>.
   La Gran Bretagna si trova nella zona più alta della cosiddetta northen belt wine, che tocca l'Alsazia, il Lussenburgo e le valli del Reno e della Mosella.
   Nel Regno Unito le precipitazioni si possono misurare con il metro. Si va da un minimo di 0,5 metri nel Cambridgeshire ai quattro metri e mezzo in certe zone del Galles: e gli otto milioni di inglesi che soffrono di artrite reumatica sono un riscontro di questi dati. Dunque cosa ci sta a fare in questo vigneto l'irrigazione a goccia?
   A prima vista appare come un nonsenso, invece è una necessità da quando si sono registrate siccità nel '69, nel '76 e nell'83. <<La pianta abituata a tanta acqua non emette radici profonde e nei periodi secchi non riesce a pescare in profondità, così bisogna innaffiarla se si vuole una buona resa>>. E' sempre il parere del nostro esperto. Comunque quest'isola detiene qualche vantaggio nei confronti dei viticultori europei: la Phylloxera vastatrix è sconosciuta proprio per il clima e la scarsa concentrazione dei vigneti.

Il vino in barrique

   Il contenuto alcolico del mosto di Lumberhurst varia tra gli otto e i nove gradi, un valore che viene alzato con aggiunta di saccarosio. Anche qui si son dati al vino in barrique, in barili di rovere francese: un bell'esempio di comunità europea considerando che il vino è inglese e l'enologo tedesco. <<Tuttavia - fa notare Karl - nel settore vinicolo inglese ci si esprime ancora in termini di piedi, acri, galloni>>.
   Il periodo della vendemmia in Inghilterra si sposta verso metà novembre per usufruire al massimo degli ultimi sprazzi di sole. In effetti l'uva bianca non necessita di sole scottante ma di luce e la Gran Bretagna essendo molto a nord gode di una giornata più lunga rispetto agli altri produttori europei.
   I vini sono molto fruttati, un po' abboccati per il lieve residuo zuccherino; vi si deve ricercare non la corposità ma i profumi, la fragranza più che il bouquet. Vini tranquilli, a bassa gradazione, dieci, massimo 11,5 gradi che tengono anche 3-4 anni e che ben si adeguano alle nuove tendenze del gusto. Vini per lo più bianchi, semisecchi, secchi e anche il rosato in barrique è gradevole.
   E' buono del resto anche il rosato prodotto dalla fattoria di Theobald, ex nostromo di marina che proclamava davanti ad un gruppo di sparuti agroturisti inglesi che il più bel rosé del mondo è quello dei suoi vigneti. <<Vede - dice mostrando con orgoglio tutto inglese, una bottiglia - questo è stato il primo Pinot Noir prodotto in Inghilterra. E' stato appurato infatti che negli ultimi dieci anni la temperatura mondiale è aumentata di un grado e si prevede nel 2000 un ulteriore aumento di tre gradi. Così avremo, in questa meravigliosa valle del Tamigi, la stessa temperatura della zona del Bordeaux>>.

Profumo di salvia

   Mario Maffi, l'enologo dell'azienda vinicola Montelio nell'Oltrepo pavese, una casa fondata nel 1848 e una delle poche in Italia a produrre anche il Müller Thurgau, così sintetizza il giudizio di sei vini inglesi. <<Sono vini aromatici con un residuo di dolce, non sempre accettabile dall'italiano medio, comunque un dolce vellutato, non stucchevole, che incontrerebbe il gusto dei giovani. Si avvicinano ai vini del Reno. Sono prodotti gradevoli con ampi profumi floreali, certuni più strutturati degli altri. E' una simpatica sorpresa , bisogna dirlo, specialmente questo Three Choirs '84, con profumo speziato, di salvia, un gusto nerboruto, un po' aspro, poco dolce, un po' petillant. E' quello che si accosta di più al gusto italiano. E anche il Pinot Noir della Westbury ha un profumo delicatissimo, sentore di frutta di sottobosco, un po' muschiato, retrogusto di marasca, un perfetto equilibrio. E' sorprendente che si riescano ad ottenere in Inghilterra dei vini ben concepiti senza sfasature particolari>>.
   Ma la conferma più istituzionale dell'accettabilità dei vini anglosassoni, viene da Luigi Veronelli, il sommelier più conosciuto in Italia, che ha assaggiato un rosé e un Müller Thurgau della Lamberhurst e il blended Müller Thurgau-Reichensteiner della Three Choirs, un'azienda vinicola del Gloucestershire.
   <<I primi due sono abbastanza buoni per essere prodotti in un paese con scarse tradizioni vinicole, ma non hanno una grande personalità, mentre il blended è di notevole spessore e di grande carattere. Ha un grande pregio - aggiunge Veronelli - si sa che i grandi vini della Borgogna devono sentire "la merde de poule" per essere considerati tali, ebbene questo sente la pipì di gatto, che è un odore che conferma l'eccezionalità del prodotto. Sente anche la foglia di pomodoro, il peperone maturo. Ha una serie di suggestioni estremamente interessanti. Devo dire che mi ha emozionato>>.
   Calma, l'Italia enoica non abbia paura. Tutta la produzione inglese ammonta a tre milioni di bottiglie e malgrado l'ottimismo di Theobald sul cambiamento di clima, in Gran Bretagna nessuno prevede per il futuro grandi rese per ettaro. Però è doveroso un riconoscimento di dedizione, di impegno e di serietà ai produttori d'Oltre Manica.

Con il permesso di Marc'Aurelio

   La storia della coltivazione della vite in Inghilterra si rifà ad origini lontanissime. Sebbene l'isola fosse stata invasa da Cesare nel 55 aC ed effettivamente conquistata dall'imperatore Claudio nel 43 dC, solo nel 280 Probo Marco Aurelio dà il permesso di coltivare la vite in quella lontana marca.
   Il venerabile Beda nella sua <<Storia ecclesiastica del popolo inglese>> del 731 fa menzione delle uve prodotte nella regione, mentre Re Alfredo il Grande, durante il suo regno che durerà fino all'899, adotta le prime sanzioni per i danni causati ai vigneti.
   L'estensione capillare si verifica però nel IX secolo allorché la Chiesa introduce il vino nel rito. Esistono altre conferme a tali specializzazioni agricole. Per esempio il Domesday Book, l'inventario delle proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita dettagli di 38 vigneti nel sud del paese.
   La produzione di vino subirà comunque una serie di contraccolpi a partire dal periodo normanno, quando Enrico II d'Inghilterra sposa Eleonora d'Aquitania che porterà come dote il ducato omonimo.
   Da quella regione, conosciuta adesso come Bordeaux, un fiume di vino a basso prezzo, per lo più il rosso e leggero Claret, invaderà il mercato inglese e tale esportazione continuerà sin oltre il 1451 allorché il Bordolese cessa di far parte della corona britannica. Tra queste due date, l'apparizione della peste bubbonica nel 1348 che ucciderà metà della popolazione, porterà grave detrimento ad una coltivazione che richiedeva allora molta mano d'opera.
   Ma il colpo decisivo verrà dato nel 1529 dallo smantellamento dei monasteri, deciso da Enrico VIII dopo la rottura con la Chiesa cattolica: notoriamente ad ogni monastero, situato in zone climatiche adatte, corrispondeva un vigneto. Seguirà un lungo periodo di stagnazione, interrotto soltanto nel XVI secolo quando diventò di moda tra i grandi proprietari terrieri farsi il vino.
   Le poche vigne rimaste fino alla prima guerra mondiale vengono, anche in questa fase, penalizzate dalla penuria di zucchero da aggiungere al mosto per far aumentare la gradazione alcolica. Il revival si ha negli anni cinquanta quando si incominciano ad importare in Gran Bretagna ibridi di vitigni adatti ad un clima continentale, sperimentati negli istituti di ricerca agraria francesi e tedeschi.